n Italia è tempo di larghe intese ed in Puglia, per non essere da meno, Pd e Pdl hanno trovato un terreno comune: il nuovo Piano Paesaggistico Regionale cosi come pensato dall'assessore alla Qualità del Territorio Angela Barbanente va rivisto, svuotandolo di numerosi vincoli paesaggistici. Tale piano, laddove non dovessero essere rivisitati i vincoli esistenti, bloccherebbe lo sviluppo economico pugliese, in quanto non si potrebbe più costruire in molte delle zone più suggestive del territorio. Non solo, il suddetto piano inquadra come vincoli alcune aree su cui si sta già cantierizzando o che hanno ottenuto le autorizzazioni, bloccando quindi le attività edili già in corso. Una realtà che vedrebbe la netta opposizione di molto comuni e che potrebbe portare ad una proliferazione di contenziosi amministrativi. In sostanza è questo il succo della tesi dei detrattori del piano. Tra gli oppositori spiccano personaggi politici che coinvolgono entrambi gli schieramenti. La linea del Pd, ribadita due giorni fa da Federico Massa, oscilla tra una posizione di contrarietà all'elevato numero di vincoli e la preoccupazione per il blocco delle attività edilizie già in atto. Ma è il Pdl la componente politica più dura nei confronti del piano, sul quale viene richiesta la revoca. Il coordinatore e il vice coordinatore regionale del Pdl, Francesco Amoruso e Antonio Distaso, hanno rispolverato l'irriducibile tesi secondo la quale tutelare il paesaggio comporti un aumento della disoccupazione: "mentre l'Istat ci fornisce dati inquietanti sull'innalzamento del tasso di disoccupazione della Puglia che nell'anno scorso ha raggiunto un umiliante 19 di tutto s'avvertiva il bisogno tranne che di un ennesima mitragliata di vincoli e divieti che non possono non conferire il colpo di grazia ad ogni residua speranza di ripresa della nostra economia". Andrea Caroppo, consigliere regionale de La Puglia prima di tutto, è uno dei più agguerriti critici del piano: "il territorio pugliese è giù tutelato da normative rigorose come il Putt. Le attività economiche andrebbero stimolate e sostenute, non danneggiate." Si tratta dello stesso Andrea Caroppo promotore e firmatario della proposta di legge per la promozione del sistema golfistico regionale. Ovvero una proposta, di cui già ci occupammo, che prevede una notevole semplificazione amministrativa in materia di edificabilità per la creazione di campi da golf con annesse strutture di ricezione turistica e residenziale. Strutture che, secondo questa proposta di legge, potranno essere costruite anche in aree naturali protette. Insomma per Caroppo costruire, ad esempio in prossimità del Parco di Rauccio, un campo da golf di svariati ettari, con annesso uso di fertilizzanti e consumo idrico equivalente a migliaia di metri cubi, non è una bestemmia ma un opportunità di sviluppo per il territorio. Se è questa l'idea della Puglia che hanno in mente i detrattori del piano è bene anche che si sappia che l'esito potrebbe essere nefasto per la maggior parte del territorio regionale. A dirlo non siamo noi o quella talebana della Barbanente. Ad affermarlo sono fior fiore di scienziati e studiosi che negli anni hanno prodotto numerosi studi sul rischio ambientale che sta correndo la Puglia. Spesso si tratta di documenti istituzionali, come ad esempio la Vas (Valutazione ambientale strategica), redatti da ricercatori incaricati dalle amministrazioni locali. Insomma, a dirla nel gergo caro ad Amoruso e Distaso, la Puglia in questi anni ha subito una "mitragliata" di piccoli e grandi scempi ambientali che ne stanno compromettendo la tenuta. Il primo grande problema della Puglia è il consumo di suolo. Lo afferma l'Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale), laddove dimostra che la Puglia è, insieme al Veneto, la regione con il più alto tasso di consumo di suolo dopo la Lombardia. Negli ultimi 50 anni in Puglia c'è stato un incremento dell'urbanizzazione superiore al 400, maggiore a quanto accaduto in alcune regioni del Nord-Est. E' stato dimostrato che un tale consumo di suolo comporta numerosi danni al territorio: riduzione delle produzioni agricole, destabilizzazione geologica, irreversibilità d'uso dei suoli, accentuazione dei cambiamenti climatici sono solo alcune delle cause. Cartine presenti nella Vas. Nella cartina B la concentrazione di rosso indica il grado di edificazione nel Comune di Lecce. Tuttavia la conseguenza più preoccupante per la Puglia è la desertificazione. L'Atlante Nazionale delle aree a rischio di desertificazione considera la Puglia come "una delle regioni mediterranee maggiormente esposte" a questo evento, avendo il 93 del suolo molto sensibile a questo fenomeno. Alcuni esperti parlano di "avanzata del Sahara" tanto che il Ceea (Centro di esperienza in educazione ambientale) dell'Università di Bari ha affermato che potenzialmente, entro il 2020, il territorio pugliese potrebbe subire una desertificazione pari al 60 della sua superficie. Lo scenario prospettato dagli esperti vede il progressivo inaridimento, senza iniziative che lo contrastino, che renderebbe in prospettiva buona parte del territorio improduttivo per l'agricoltura e di conseguenza ostile per l'uomo. Il sindaco di Lecce Paolo Perrone ha guidato il dissenso di un cospicuo numero di sindaci salentini. Riguardo al piano Perrone ha lamentato lo scarso coinvolgimento dei comuni e l'elevato numero di vincoli che rischiano di mettere a repentaglio l'economia locale. L'assessore all'Urbanistica Severo Martini ha dichiarato che il piano non ha "aderenza con la realtà già consolidata". Ebbene, proprio su Lecce, la situazione si fa interessante. Una delle critiche più grosse rivolte al piano riguarda appunto la sua non coerenza con l'attuale realtà urbanistica, laddove blocca procedure e autorizzazioni urbanistiche già concesse. Se la si mette su questo piano il discorso di Perrone e Martini non fa una piega. La situazione però cambia drasticamente se si da uno sguardo alla Vas (Valutazione Ambientale Strategica) riguardante il comune di Lecce. Si tratta di un documento funzionale al Pug (Piano Urbanistico Generale) redatto da professori dell'Università del Salento, incaricati dalla stessa amministrazione comunale. Spesso tali rapporti sono scarsamente conosciuti dall'opinione pubblica, ma vale la pena leggerli perché costituiscono la cartina di tornasole dello stato di salute della città. Lo stato della desertificazione in puglia Infatti, una volta letto questo documento, ci si rende conto che il Piano Paesaggistico Regionale è perfettamente coerente con la realtà leccese, eccome. Ad esempio gli amministratori leccesi lamentano il fatto che l'attuale piano presenti numerosi vincoli riguardanti le aree a pascolo, sulle quali non si potrà più edificare. Forse si tratta degli stessi vincoli che Rocco Palese (Pdl) ha bollato come "irragionevoli". Peccato che la Vas sia molto chiara su questo punto. Sul documento è scritto che quasi il 20 del territorio comunale leccese è urbanizzato (il 62 è destinato all'agricoltura e solo il 19 appartiene a vegetazione naturale). Nella stessa relazione è scritto testualmente che "sono presenti numerosi insediamenti commerciali, produttivi, tessuto residenziale sparso e tessuto residenziale rado e nucleiforme che conferiscono una forte antropizzazione su tutto il territorio comunale". Particolarmente significativa è stata la crescita del consumo di suolo negli ultimi 15 anni, con un incremento delle aree urbanizzate che sono cresciute del 16 nel 2011 rispetto a quelle esistenti nel 1997. Quest'incentivo alla costruzione è ovviamente avvenuto a svantaggio delle zone occupate da vegetazione naturale che nel 2011 hanno patito un decremento pari al 18 rispetto al 1997; notevolmente colpite sono state le "aree a pascolo naturale e praterie" che hanno subito un decremento pari al 30 nel 2011 rispetto al 1997. Dunque, in soli 13 anni, Lecce ha perso un terzo delle sue aree a pascolo. Visto da quest'ottica il piano non sembra poi cosi "irragionevole", anche perché, sia dia il caso, che discutiamo di uno strumento necessario a tutelare il paesaggio nel suo complesso, non i colossi del mattone. Dunque se si rovescia la medaglia, se si guarda la Puglia per quello che sta diventando dal punto di vista ambientale, allora il nuovo Piano Paesaggistico Regionale assume una rilevanza ancora maggiore. Il suddetto piano forse presenterà errori o imperfezioni, sarà stato "calato dall'alto", come affermano molti detrattori, ma ha un merito non di poco conto in questi tempi. Ha posto l'accento in modo netto e chiaro su un punto: il territorio della Puglia va tutelato. Oggi più di ieri. E il campanello d'allarme espresso dai rapporti sopra citati da forza a questa impostazione. Altrettanto chiara non è la posizione dei detrattori sul tema della tutela del territorio. Al riguardo viene spesso utilizzata l'equazione tutela lavoro. Ma questa tesi appare debole, insostenibile dal punto di vista ambientale e non degna di una politica che ragiona a lungo termine. Il paesaggio nel quale viviamo non è una risorsa illimitata, anzi, come sopra evidenziato, è un bene in via di esaurimento. La politica dovrebbe dare una risposta chiara su due semplici quesiti: per quanto tempo ancora il nostro territorio potrà assorbire una perenne richiesta di lavoro? Si può creare lavoro senza necessariamente urbanizzare? Intanto l'assessore Barbanente ha annunciato che modificherà il piano per quanto riguarda le norme di salvaguardia, ovvero quei vincoli che bloccherebbero i cantieri già in corso. Inoltre la giunta regionale ha prorogato al 7 ottobre i termini per la pubblicazione del Piano Paesaggistico Regionale, quindi i comuni avranno tempo sino al 6 novembre per presentare le loro osservazioni. Fino a quella data ne vedremo delle belle. C'è da giurarci.
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14 Settembre 2013
Quello che non ci dicono sul Piano Paesaggistico Regionale
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