LIMITE E CAPRAIA È una storia lunga, millenaria, gloriosa, ricca di aneddoti, carica di misteri, ma tanto travagliata, quella dell'abbazia di San Giusto, gioiello romanico incastonato nel verde del crinale del Montalbano, monumento nazionale da oltre un secolo, luogo caro, e generoso di ricordi, per tanti empolesi. L'abbazia si trova nel territorio comunale di Carmignano, sul confine con quello di Capraia e Limite, e negli ultimi mesi è stata al centro di una curiosa querelle risoltasi soltanto facendo parlare le carte d'archivio. Per almeno ottanta anni si è ritenuto che la struttura appartenesse ad una nobile famiglia, i conti Contini Bonacossi di Capezzana, in realtà una lunga ricerca promossa dal comune di Carmignano ha stabilito inequivocabilmente che l'abbazia è di proprietà dello stato italiano da oltre centotrenta anni, e manca soltanto l'atto formale della presa in carico da parte degli organi preposti, che chissà per quale arcano a suo tempo non venne stipulato nelle forme dovute. Dal momento che l'usucapione sui beni demaniali non è ammessa, ecco che dopo un lunghissimo periodo di oblìo San Giusto torna nel patrimonio statale. Forse è il momento meno opportuno, soprattutto per le condizioni economiche in cui versano le casse dello stato, ma tant'è. Al massimo potrà andare come è andata finora. In effetti, la storia degli ultimi trent'anni del complesso monumentale è una storia di incuria e di degrado inarrestabile. L'edificio oggi versa in stato di totale abbandono, è chiuso e degradato. Il tetto della torre campanaria è crollato ormai da tempo, alcuni conci marmorei degli archi della bifora sono caduti a terra, segni evidenti di lesioni strutturali si osservano sulle fiancate della chiesa, il tetto appare in condizioni precarie. Una pericolosissima pianta sempreverde, sviluppatasi sul tetto e sul fianco dal lato della torre, - rimossa nei mesi scorsi - ha causato danni evidenti alla struttura. Alla base delle murature perimetrali si erano sviluppati arbusti di ogni genere, - anch'essi rimossi con il recente intervento d'urgenza della soprintendenza ai beni architettonici che ha investito 50mila euro - che stavano minando dalle fondamenta la millenaria abbazia. Anche la cripta è inaccessibile, e da fuori si scorge, sbirciando attraverso alcune fessure nelle absidi, un degrado spaventoso. Quello che i documenti d'archivio riportano in sintesi è che fino al 1885 l'abbazia di San Giusto è appartenuta ad un privato, Tito Cinotti di Limite. Ma il proprietario, non riuscendo più a far fronte alle spese, decise di donare la chiesa allo Stato. L'edificio versava in condizioni ancora peggiori di oggi, così il ministero dell'istruzione affidò i lavori di restauro necessari all'ufficio regionale. Nel 1923 è il Comune titolare della gestione della chiesa se è vero che gli organi municipali si preoccupano di scrivere al Ministero per chiedere un intervento urgente. "Oggi la cripta, per esser franato parte del pavimento dell'ala destra della croce, è tutta ripiena e ingombra di materie". Evidentemente le condizioni dell'abbazia erano precarie anche nel 1923. Poi, tra le due guerre, i conti Contini Bonacossi acquistano i terreni circostanti, ma non l'abbazia. Il 5 luglio 1964 la chiesa viene restituita al culto, e fino agli anni Ottanta ha ospitato matrimoni e varie funzioni religiose. Ma andiamo per gradi, e diamo un'occhiata alla storia del complesso monastico. L'abbazia fortificata fu fondata dai monaci dell'ordine cluniacense - che osservavano la regola benedettina "Ora et Labora" - nel secolo X a presidio della strada utilizzata dai pellegrini che, passato l'Arno presso Camaioni, salivano alla badia di San Martino in Campo - altra emergenza architettonica della quale ci occuperemo prossimamente - e proseguivano il loro itinerario "per montem" incontrando l'abbazia di San Giusto e, sempre seguendo la strada di crinale, potevano contare sulla presenza dell'ospedale fortificato di Sant'Alluccio e poco oltre dell'abbazia di San Baronto. L'abbazia di San Giusto "al Pinone" è una delle testimonianze architettoniche di stile romanico più pregevoli di questa parte di Toscana. L'edificio, con pianta a croce latina, presenta una semplice facciata a capanna sulla quale si apre il portale d'ingresso, sormontato da un enorme blocco di arenaria che funge da architrave; costruita interamente in bozze di arenaria locale cavata sul luogo, sempre sulla facciata presenta, al di sopra del portale d'ingresso, un'elegante lunetta policroma realizzata in bozze di serpentino verde e in marmo bianco; al di sopra della lunetta si apre una bifora, scandita da una colonnina centrale lavorata in arenaria e sormontata dagli archi che richiamano la bicromia della lunetta. La torre campanaria, possente e inaccessibile alloggiava in origine la "sperduta", la campana il cui suono era punto di riferimento per i pellegrini ed i viandanti sorpresi dal calar delle tenebre negli oscuri boschi del Montalbano. Di eccezionale importanza la cripta di quest'abbazia; sulla chiesa originaria risalente al X secolo, la cui testimonianza principale è costituita proprio dalla cripta, venne edificata, poco dopo l'anno Mille, la chiesa attuale. La cripta presenta piccole volte a crociera impostate sulle basse colonne centrali o direttamente sui muri esterni; notevoli le mezze colonne di sostegno degli archi delle tre feritoie che illuminano debolmente l'interno, con decorazioni a rilievo davvero interessanti. L'unica navata della chiesa superiore culmina nelle tre absidi semicircolari, perfettamente conservate nella loro impostazione originaria. Oggi i lavori di restauro dei quali necessiterebbe il complesso sono ormai improcrastinabili, e le somme necessarie potrebbero aggirarsi intorno al milione di euro. E, inutile dirlo, attualmente, questi finanziamenti non ci sono.