Il sovrintendente: «Sono di proprietà demaniale». Il Comune presenta un esposto alla Procura «La Curia non riavrà le chiavi delle due basiliche di Tuscania perché si tratta di proprietà demaniali» annuncia la Sovrintendenza ai monumenti del Lazio per bocca della responsabile, Rosalba Cantone. Le autorità ecclesiastiche di Viterbo, dal canto loro, fanno intendere di avere intenzione di sospendere ogni funzione religiosa fino a quando la situazione non verrà chiarita. La «guerra delle basiliche romaniche» di San Pietro e Santa Maria Maggiore, a Tuscania, tra la Curia di Viterbo e la Soprintendenza ai monumenti del Lazio scoppiata anche a causa del «caro matrimoni» (900 euro l'ora richiesti per l'affitto) registra, giorno dopo giorno, nuove puntate. L'ultima iniziativa è del Comune di Tuscania, che ha presentato un esposto alla Procura in cui chiede di esaminare la situazione relativa all'affidamento a privati della gestione delle due chiese. Dopo anni di silenzio (secondo la Curia), la Sovrintendenza interviene pesantemente a proposito del possesso e della gestione di due monumenti, straordinarie testimonianze dell'arte del VII-VIII secolo, che, peraltro, hanno fatto da sfondo a film indimenticabili come «Uccellacci e uccellini» di Pier Paolo Pasolini e «San Francesco» di Liliana Cavalli. La Sovrintendenza sostiene di non essere tenuta a riconsegnare le chiavi delle due chiese. La Curia di Viterbo, dal canto suo, osserva invece di avere il diritto alla proprietà delle due Basiliche di Tuscania, le cui chiavi sono in possesso della Soprintendenza dal 1971, quando un forte terremoto provocò ingenti danni ed è stato necessario intervenire con lavori di consolidamento per la stabilità della due chiese.