Conservare o esporre al pubblico: questo è il problema. Questo il dubbio amletico con il quale tutti gli addetti ai lavori dell'archeologia imparano presto a confrontarsi. A Pompei, nel sito archeologico meglio conosciuto e peggio tenuto al mondo, conservare è un'impresa titanica e lo sanno tutti. Cosa che molti ignorano, tuttavia, è il fatto che le attività di esposizione al pubblico talvolta prescindono dalle più elementari regole dell'economia di mercato. Lo dimostra l'adesione degli scavi vesuviani all'iniziativa pilota del ministero dei Beni culturali «Un sabato notte al museo» che ha lanciato aperture notturne, l'ultimo sabato del mese, in 38 luoghi d'arte statali particolarmente rappresentativi. Idea illuminata, sforzo encomiabile, operazione fondamentale per un Paese che ambisce a fare della cultura il proprio petrolio. Pompei non poteva mancare all'appello. A mancare, semmai, in loco è stato un po' di sano spirito manageriale: la limitazione delle visite a un massimo di 160 persone fa infatti a cazzotti con i risultati di box office. Parlano i dati diffusi dalle rappresentanze locali di Cisl Funzione Pubblica e Uil Pubblica Amministrazione: il primo sabato notte agli scavi, datato 27 luglio, ha raccolto incassi per 335,50 euro. Il secondo quello del 31 agosto ha portato introiti per 764,50 euro. Non è ancora chiaro come andrà il terzo sabato di visite, previsto per il 28 settembre, ma ogni notte di apertura straordinaria costa alla Soprintendenza vesuviana in via di scorporo da quella di Napoli 1.804,72 euro. Solo per quanto riguarda il personale, ciascuna visita notturna impegna 12 custodi e quattro funzionari. Ogni custode percepisce 80 euro per quattro ore di vigilanza, ogni funzionario 100 euro per un'ora di lavoro e quattro di presenza. Poi ci sono costi di servizi come quelli di illuminazione. Non ci vuole un Nobel per l'economia per comprendere che si tratta di un'operazione a perdere. Qualcuno potrà obiettare che è tutta attività promozionale: non sempre bisogna chiudere in attivo, si può scegliere di sacrificare il ritorno economico di oggi per il ritorno d'immagine di domani. Perché allora imporre il numero chiuso ai visitatori? Più ampia è la platea di pubblico che raggiungono, maggiori sono le probabilità di riuscita delle attività promozionali: principio ovvio per gli esperti di marketing. Speriamo sia ben chiaro al direttore generale di progetto, deus ex machina che il Mibac si accinge a nominare per salvare Pompei.