LA STORICA RESIDENZA DEL REGISTA SACCHEGGIATA DA UNA FONDAZIONE PRIVATA Napoli. Se c'è una vicenda-simbolo del disastro morale e materiale che opprime il patrimonio culturale nell'Italia del 2013, ebbene è quella del pignoramento giudiziario degli arredi della "Fondazione La Colombaia di Luchino Visconti" a Ischia, rivelata ieri dal Mattino. Personalmente nutro qualche dubbio sul fatto che la storia dell'arte di Giotto, Caravaggio e Tiepolo continui oggi in un Maurizio Cattelan: ma non ne ho nessuno sul fatto che il cinema di Luchino Visconti sia uno degli ultimi veri capitoli di questa altissima vicenda figurativa. Non solo ovviamente i film, ma anche i luoghi e gli oggetti di Visconti vanno dunque difesi, preservati, tramandati come frammenti preziosi del meglio dell'Italia del Novecento. Dal 2003 le ceneri del regista riposano nel giardino della sua amatissima villa Colombaia, a Ischia. Visconti aveva restaurato e arredato con grandissima passione quella dimora, trasformandola in qualcosa di non dissimile da alcuni dei celebri interni dei suoi film, e trascorrendovi momenti importanti (è lì, per esempio, che scrisse la sceneggiatura di Senso). Dopo la morte del regista (1976) la villa conobbe un lungo periodo di decadenza, punteggiato da veri e propri episodi di vandalismo: distrutti i vasi delle celebri ortensie azzurre che incorniciavano la vista del golfo di Napoli, strappate le mattonelle colorate che Visconti aveva acquistato in mezzo mondo, divelte perfino le vasche da bagno. Nel 1994 gli eredi vendettero la Colombaia al Comune di Forio d'Ischia, che dal 2001 la affidò all'immancabile fondazione di diritto privato che federa enti pubblici (Regione Campania, Provincia di Napoli, Comune di Forio) e che viene retta da politici locali (in questo momento l'ex sindaco di Forio, Franco Regine). Come dimostra anche il sito web (in completo disarmo, non aggiornato da anni), da tempo la Fondazione ha cessato di essere attiva, perché dilaniata da una feroce guerriglia intestina. E proprio da queste miserabili e vergognose liti di provincia nasce l'incredibile epilogo degli ufficiali giudiziari che si presentano a casa Visconti, aizzati dai creditori. Delirio nel delirio, quei creditori altri non sono che l'ex direttore della fondazione, Ugo Vuoso e l'ex direttore editoriale Daniele Morgera (così il Corriere del Mezzogiorno). Ora, ci si chiede come sia possibile che un ex direttore arrivi a far portare via dalla fondazione che ha diretto le serie di fotografie che arredavano le sale, e perfino i proiettori che facevano andare i film di Visconti. E ci si chiede anche cosa insegnerà Vuoso ai ragazzi che ne seguono le lezioni di professore a contratto di Demoantropologia al Corso di Turismo dei Beni Culturali al Suor Orsola Benincasa di Napoli. Misteri italiani. A questo punto che si può fare per la Colombaia? Il codice dei Beni culturali, permette di vincolare anche "le cose immobili e mobili, a chiunque appartenenti, che rivestono un interesse particolarmente importante a causa del loro riferimento con la storia politica, militare, della letteratura, dell'arte, della scienza, della tecnica, dell'industria e della cultura in genere" (articolo 10, comma 3, lettera d). Il Codice riconosce ciò che la storia culturale già aveva affermato: non importa il pregio, la rarità o l'antichità dei singoli oggetti. Ciò che può renderli degni di essere tutelati dalla Repubblica può essere anche la relazione spirituale e culturale che li unisce tra loro e alla vita morale della nazione italiana. Spetterà alle soprintendenze di Napoli e alla Direzione generale campana del Mibac stabilire se, nonostante non si tratti più degli arredi originali (ma in molti casi di oggetti comunque appartenuti al regista, comprati o donati alla fondazione) il memoriale funebre di Luchino Visconti meriti di essere tutelato. Se così non fosse, d'altra parte, ci sarebbe da chiedersi perché Regione, Provincia e Comune vi abbiano investito tanto denaro pubblico, prima di abbandonare indecentemente la Fondazione al suo destino, come oggi denunciano i vertici attuali. Proprio questo è il vero messaggio della vicenda della Colombaia. Affidare il patrimonio pubblico a questo sistema di fondazioni private (che si chiamino Ravello, Maxxi, Egizio o in mille altri modi) che sfugge al controllo dei cittadini, significa creare le condizioni perfette per una lottizzazione politica sfrenata e per la sistemazione di un personale incompetente culturalmente, e spesso indegno moralmente, e in non pochi casi espone il patrimonio stesso a rischi non solo morali. Peggiore fine, le ceneri di Luchino Visconti non potevano fare. Ma è tutto il patrimonio culturale italiano che rischia di finire così.