L'intervista A CINQUANTASETTE anni, con la stratificazione delle religioni abbracciate e delle esperienze vissute, Luciano Stella è un anomalo "esemplare" di imprenditore della cultura al sud. Che insegue l'arte tra sperimentazione e realtà, tra idee e mercato. Inventore della prima sala multiplex in centro storico e artefice di un festival filosofico tuttora attraversato da grandi attori, intellettuali e artisti. Leader della migliore stagione di Film Commission Campania e ormai produttore cinematografico e musicale. Da ieri, come patron di Mad la factory nata nei suoi studi di piazza del Gesù, con l'ambizione di creare cinema d'animazione per adulti, nella scia dei rinomati Persepolis e Belleville Stella accompagna alla 70esima Mostra di Venezia il film del 28enne regista napoletano, Alessandro Rak, "l'Arte della felicità", che oggi apre ufficialmente la Settimana della Critica. Stella, quanto conta l'attesa per l'accoglienza che toccherà al vostro cartoon? C'è molta Napoli nel film, e anche molto disincanto, pubblico e privato. «Cerco di vivere sempre nel presente, e in un parziale futuro. Perciò, mi guardo intorno, vedo Rak e la squadra di giovani confrontarsi a Venezia col cinema di tutto il mondo e mi viene una buona dose di soddisfazione perché, insieme, abbiamo dato il via a una sfida. Per me il giudizio sul valore artistico del film, ovviamente, spetta ad altri. Ma mi basta sapere che tra poco "l'Arte della felicità" sarà proiettato in una sala da 1300 posti e dalla platea vedranno il risultato di una corale navigazione, che è anche un punto d'inizio. E la ritengo una buona prova rispetto a una città che in questo momento appare non solo sfiduciata e depressa, ma affogata in tanti narcisismi di fondo». Siete l' "altra Napoli" che approda in Laguna? «Dico che la nostra parte l'abbiamo fatta. Senza rinunciare alla nostra identità e alla ricchezza di sentirci napoletani, ma anche tenendo fede agli impegni, ai tempi, agli obiettivi dati. Senza doverci trasformare necessariamente in americani, milanesi o svizzeri, abbiamo creato una strada per realizzare un cartoon di qualità, attivato energie, coinvolto professionalità e storie diverse tra loro, disegnatori, tecnici, musicisti». Mentre il vostro film gira tutto intorno al legame dolente tra due fratelli musicisti, qui va in scena lo psicodramma dei de Magistris. La realtà supera sempre la fantasia? «Le polemiche sull'incarico al fratello del sindaco, mi hanno provocato solo una domanda: ma i contenuti dove sono, chi ne parla? I contenuti dovrebbero essere davanti a tutto, invece sono scomparsi. E allora di cosa si discute veramente: del gruzzolo che c'è, e di chi va a gestirlo? Mi pare sia finita così. E senza che a dibattere ci fossero personalità tali da incarnare esse stesse un modello. Faccio un solo esempio, anche se rivolto al passato, Renato Nicolini». Non convince neanche lei la politica culturale del Comune? Cosa è mancato? «Direi: politica culturale non pervenuta, ma non da oggi. Un frammento sul passato: avrei preferito, più che l'epopea del Madre, che vivesse l'esperimento di portare arte contemporanea dentro un tesoro che si chiama Museo Nazionale Archeologico. Basterebbe partire da questi due giacimenti: il Nazionale da un lato, Capodimonte dall'altro. E darsi un obiettivo: dobbiamo moltiplicare per 6 i visitatori di oggi. Come? Per esempio provocando, con idee, e strategie, intrecci culturali dentro questi siti che, già da soli, valgono un volo intercontinentale. Invece: non è stata partorita un'idea. Difatti, questo discorso va al di là della qualità del sindaco, dei nomi. Nell'autoreferenzialità generale, si coltiva un equivoco: si confonde il proprio lavoro con il risultato. Io posso fare un film, metterci un sacco di fatica e risorse, ma poi il valore dell'opera lo stabiliscono gli altri». Il Forum: per lei è un'occasione persa? «Confesso che l'attuale discorso sul Forum mi sembra ormai solo un "falso movimento", e la citazione martoriana è tutta voluta. Sono scettico, sì. Quello che si aprirà tra poco non sarà il Forum di cui parliamo da 5 o 4 o 3 anni. È diventato un disastro abissale. Voglio anche stare con chi pensa che, nel buio diffuso, non va persa la speranza che una piccola candela la accendiamo. Però stiamo parlando di un'altra cosa. Mi auguro solo che le residue risorse siano spese bene». Lei e il regista Rak portate, da generazioni diverse, l'unica opera napoletana in Laguna. Siete riusciti a intercettare, in tempi di crisi, un racconto low cost per il grande schermo? «Sicuramente la semplicità dei mezzi ci aiuta: devi scegliere non la via più facile, ma la più percorribile secondo la qualità che vuoi raggiungere. Penso però che abbia agito anche un senso di condivisione molto forte: lanciare la sfida dell'animazione. Che produca lavori per la tv, vedi la Cantata dei Pastori che è andata su Rai 1 il 26 dicembre, ma anche per il cinema indipendente». Dopo la passerella di Venezia, torna con quale obiettivo? «In cantiere abbiamo una serie tv d'animazione in 52 episodi per la Rai, "A Skeleton Story", conta già sul supporto della francese Eclipse, e dell'inglese Red Kyte. Mad vuole essere glocal, radici a Napoli, rami alti per dialogare col mondo». Oltre le tensioni di Palazzo, e i Forum che verranno.