QUELLI del Pd che tirano palle contro la Fondazione Ravello hanno sbagliato birillo. Meraviglia l' atteggiamento di personaggi più o meno in vista della sinistra locale. Meraviglia che personaggi più o meno in vista della sinistra locale, in alcuni casi anche gente d' esperienza con qualche robusta esperienza in finanziamenti europei, si siano destati dal colpevole letargo degli ultimi anni per attaccare una delle poche decisioni regionali in materia di gestione culturale che, se si ha l' animo sgombro dai pregiudizi, si presenta seria, motivata, peraltro in linea con le scelte della precedente amministrazione. Ma insomma, come fa il Pd a non sapere che con i fondi comunitari, da che mondo è mondo, cioè da quando l' Europa è l' Europa, si è sempre fatta anche la gestione di festival, teatri e musei, istituzioni che hanno necessità di programmare e dunque bisogno estremo di certezze pluriennali di bilancio? Dal San Carlo al teatro Festival, da Giffoni al Mercadante, dal Madre a Ravello, sempre e solo i fondi europei hanno garantito la migliore politica culturale della Regione anche e soprattutto in epoca bassoliniana. Diversamente, solo con i fondi ordinari, Napoli e la Campania non avrebbero avuto né teatri stabili, né festival, né musei, questa è la sacrosanta verità. Anzi, lo si dica una volta per tutte: non ci sarebbe stata alcuna politica per la cultura e sarebbero morti anche i musei nazionali, come Capodimonte e l' Archeologico. È indiscutibile che con i vari Por negli anni del centrosinistra si sono progettate e costruite le infrastrutture (anche materiali) e che invece il centrodestra di Caldoro non ha messo in campo mezza idea nuova, preferendo lo spoil system alla creazione di una politica originale, ma non è lecito fingere di non ricordare che nel corpo delle creature bassoliniane sono state pompate anno dopo anno milionate di euro comunitari per tenerne in vita organigrammi e programmazione. Sia chiaro, in modo sempre legittimo e con grande intelligenza amministrativa, dato che sono ben noti a funzionari e dirigenti regionali i metodi e le procedure che consentono la spesa di gestione anche con quel particolare tipo di risorse. Inoltre, non convince l' argomento ad personam, cioè per l' esattezza contro la persona che è Renato Brunetta, un politico di primo piano del Pdl, ma anche un intellettuale non inferiore in statura accademica - e non mi permetterei di scherzare - al benemerito Domenico De Masi, anima del nuovo splendido auditorium. Tra l' altro, messe da parte un bel po' di tempo fa, già nella tarda era bassoliniana, le fantasie puriste del grande festival wagneriano e già metabolizzata con dignità e con qualche svarione bipartisan l' inevitabile deriva della contaminazione di alto e basso per conquistare pubblico e titoli di giornale, appare di un certo interesse e fa curiosità il futuro proclamato da Brunetta, il quale ha della cultura una visione ardita, spettacolare, festaiola, che non è detto non possa funzionare per il turismo di Costiera. Tuttavia, se non al capogruppo del Pdl, che formulerebbe subito una teoria certamente sofisticata e anticomunista per rispondere a tono, almeno al buon Caldoro e alla mitica assessora Miraglia sarebbe importante chiedere che ne è stato dello strombazzato concorso dei privati nel finanziamento delle istituzioni culturali. Come mai, cioè, è accaduto che nonostante il loro rigore riformista e neoliberale non c' è festival, fondazione o museo in Campania che in piena epoca caldoriana possa vivere anche un giorno solo senza l' iniezione massiccia di pubblico denaro, cominciando dall' ente di Ravello. E se così è, fino a prova contraria, la litania del sistema, della rete (di cui si è dichiarato alfiere anche Brunetta nella sua conferenza stampa di presidente) si dovrà convenire che non è servita a nient' altro se non a giustificare una svolta di facciata per riprendere il solito progetto clientelare di uso del potere per scopi tribali e familistici. Tutte le nomine culturali (e non solo) del centrodestra locale, prese una per una, dal San Carlo, al Teatro Festival, da Ravello alla Fondazione Donnaregina, dal Mercadante fino a Scabec - e si potrebbe continuare a lungo - recano le stimmate dell' antica appartenenza socialista con alcune sfumature pentapartitiche. Si potrebbe concludere con una battuta sostenendo che il sistema culturale campano, invece di aprirsi ai privati, è stato ancora una volta privatizzato da una politica debole e maldestra. Eppure, non è che si sia visto qualcuno del Pd agitarsi e minacciare interrogazioni mentre, negli anni appena scorsi, si perpetravano le indebite appropriazioni di poltrone istituzionali e si destinavano fondi solo agli enti conquistati. Ed ora, proprio ora che si è concesso una bella mostra di Paladino e che qualche buon risultato s' intravede, solo perché con Brunetta potrebbe essere utile antipatizzare in vista di ipotetici nuovi scenari nazionali e a livello locale c' è qualche minuta alleanza da saldare, si va all' assalto della Fondazione Ravello. Si sarebbe dovuto ragionare e incalzare la giunta di Santa Lucia su 66 milioni di spesa culturale deliberati poco più di un mese fa, sulle politiche e sui riscontri del San Carlo o del Teatro Festival e di molte altre cose, ma ci si è concentrati nevroticamente sui 4 milioni assegnati a Ravello. Con tutta onestà, le proporzioni non convincono e in fondo tutti sappiamo - noi e anche chi oggi alza la voce e finge indignazione - che quel Festival non merita l' accanimento piuttosto provinciale messo in scena da un Pd in evidente, irreversibile stato d' agitazione interna.
CAMPANIA - Quante ipocrisie sul caso Brunetta
Il Pd ha attaccato la Fondazione Ravello per aver ricevuto 4 milioni di euro di fondi comunitari. Il Pd sostiene che la fondazione non merita tanta attenzione e che i fondi sarebbero stati meglio spesi altrove. Il Pd accusa il centrodestra di aver fatto la stessa cosa in passato, ma non di aver mai spento i fondi comunitari. Il centrodestra sostiene che la fondazione è stata aiutata dai fondi comunitari per mantenere la programmazione culturale della Regione. Il Pd chiede di sapere perché la fondazione non abbia ricevuto fondi comunitari in passato.
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