Queste poche parole dovrebbero trasmettere lo stupore, il senso di incredulità e amarezza, il senso di impotente resa che si prova a verificare lo stato di abbandono del nostro patrimonio culturale. La visita a Palazzo Barberini a Roma, in una domenica di pioggia, restituito alla nobile funzione di museo ricco di storia e di capolavori, mi ha provocato una stretta al cuore. A partire dalla biglietteria, il personale sembra più interessato al racconto telefonico delle vacanze che a staccare biglietti o a fornire indicazioni ai turisti sul percorso di visita, naturalmente l'inglese è bandito! Inizia il giro, le sale del piano terra appaiono subito sbarrate, assenza di informazioni e visitatori dirottati al piano sotterraneo con un gesto infastidito della mano. Inutile dire che, dopo un giro a vuoto nel locale guardaroba, siamo riapprodati al punto di partenza per constatare che le sale sono inesorabilmente chiuse e di ciò nessuno è stato informato. La "grande bellezza" di Caravaggio, del soffitto del salone di Pietro da Cortona, la dolcezza di Raffaello hanno messo in un cantuccio il momento di disappunto che riaffiora al secondo piano, inesorabilmente chiuso. Ho visto le reazioni dei presenti dallo sguardo, dal gesto delle mani allargate dallo sconforto e mi sono avvicinata alla custode dell'ultima sala visitata per conoscere il motivo di questa chiusura. La risposta è stata disarmante: quel poco visitabile (che è tantissimo, all'estero ne basterebbe una piccola parte per un grande e redditizio museo) regge soprattutto grazie all'opera di volontari che riempiono parzialmentei vuoti di organico. La volontaria ha scrollato le spallee ci ha spronatoa far conoscere questa situazione, destinata a peggiorare. Forse il nodo della questione, in questo Paese che gronda di opere è la sciatteria organizzativa e la poca consapevolezza con cui amministriamo veri e propri tesori. Paolina Caputo p.caputosanita.it La mano pubblica ha come primo obiettivo quello di conservare e rendere accessibile a tutti la storia e la testimonianza dei beni culturali e solo un ingenuo può desiderare il mondo ingiusto degli sceicchi pensando che l'Italia vi possa arrivare trasformando i depositi dei musei in pozzi di archeodollari. Il British Museum è capace di organizzare una mostra con proventi e, se è per questo, lo fanno anche le Soprintendenze italiane. Ma lo staff del British non è sepolto da adempimenti amministrativi in costante aumento e non è chiamato a sorvegliare le trasformazioni del territorio, come fanno le Soprintendenze italiane con un misero potere di veto formale che lascia ai Comuni il compito di sanzionare gli abusi e ordinare le demolizioni. Cosa che, per esempio, nella Capitale, sull'Appia Antica, non si riesce a ottenere da decenni, mentre l'impunità dei ristoranti e delle piscine costruite sui mausolei romani genera ancora oggi continui fenomeni di imitazione. Avere la possibilità di lavorare in un contesto di legalità diffusa e tangibile, come a Londra o a New York, davvero non credete che sia questa la differenza fra loro e noi? Rita Paris Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma