Non è poi così difficile spenderli, questi fondi europei: per quattro milioni la Giunta Regionale della Campania presieduta da Stefano Caldoro ha fatto in un batter d'occhio, elargendoli direttamente alla Fondazione Ravello presieduta da Renato Brunetta. Una partita di giro in casa Pdl che ha fatto dire al segretario campano di Sel, Arturo Scotto, che Caldoro «aiuta i suoi amici», e al segretario provinciale salernitano del Pd, Nicola Landolfi, che siamo di fronte ad una «rapina a mano armata» (battuta alla quale Brunetta ha sportivamente risposto con una querela). Che in tempi come questo, un ente pubblico presieduto da un noto politico Pdl dia un sacco di soldi ad una fondazione di diritto privato presieduta dal ringhioso capogruppo Pdl alla Camera appare una schifezza assai dura da digerire. D'altra parte, però, se esiste una Fondazione Ravello che fu creata sotto Antonio Bassolino, e i cui soci fondatori sono Regione, Provincia e Comune(oltre al trapassato Monte dei Paschi di Siena), e quelli ordinari sono l'Ente per il Turismo e la Direzione regionale campana del Ministero per i Beni culturali è un po' difficile pensare che non riceva finanziamenti pubblici, chiunque la presieda. Ma il punto è esattamente questo: è proprio ovvio che debba esistere una Fondazione Ravello, e che a presiederla possa essere un protagonista (o almeno un caratterista) politico? In Italia il dilagare delle fondazioni di diritto privato è stato il geniale grimaldello attraverso il quale la politica ha continuato anche dopo Tangentopoli a gestire, più discretamente ma non meno direttamente, il sottobosco della clientela e dei flussi di finanziamento. Questo inconfessabile fine è in effetti l'unico motivo serio per cui cinque enti pubblici si consorzino in una fondazione privata che ha la 'mission' di assolvere ai loro compiti istituzionali, cioè tutelare, valorizzare e gestire i beni storici e artistici del Comune di Ravello. Ma non è certo solo il problema della Fondazione Ravello: lo stesso vale per gli enti lirici (trasformati in fondazioni, poi assurdamente presiedute dai sindaci), per le fondazioni museali (dall'Egizio di Torino al Maxxi di Roma e, dio non voglia, alla Grande Brera), per le stesse banche. In tutti questi casi il paravento della fondazione privata ha coperto il peggio delle pratiche della gestione pubblica (lottizzazione politica, promozione dell'incompetenza, cattivo uso dei fondi) annullandone però il valore sociale e costituzionale. Un vero capolavoro: lo Stato non decide più, ma paga a piè di lista. Certo, anche se lo strumento è perverso in sé, c'è modo e modo di usarlo: e affidare Ravello a Brunetta vuol dire esser convinti che la farsa sia ormai l'unico genere letterario in grado di raccontare l'Italia. Ma purtroppo questa è una conclusione bipartisan. Nella stessa attribuzione di fondi, ben sedici milioni sono toccati a quella assurda scatola vuota che è il Forum delle Culture: nella cui struttura il neo assessore alla cultura del Comune di Napoli, Nino Daniele, ha pensato bene di stabilizzare, a pagamento, Claudio De Magistris, non omonimo ma fratello del sindaco. E nel rovente dibattito che è in corso a Napoli, non c'è modo di far intendere ai De Magistris che in nessun paese del mondo il fratello del sindaco riceve incarichi discrezionali dalla giunta senza passare da alcun tipo di selezione pubblica. In ogni caso, il vero scandalo della ripartizione dei fondi decisa dalla Regione Campania non riguarda né Brunetta né de Magistris, ma riguarda la mostruosa sperequazione tra il fiume di denaro destinato agli eventi effimeri (i circenses buoni per sedare la plebe affamata e disoccupata) e gli spiccioli destinati al patrimonio monumentale campano in agonia. Trenta milioni a festival di vario tipo, 13 al teatro, 8 al cinema ... e la miseria di 500mila euro all'Ente Ville Vesuviane, che dovrebbe tutelare questi monumenti meravigliosi, che crollano giorno dopo giorno. E manco un euro per le chiese, i palazzi, le biblioteche di Napoli: ed è questa la vera rapina a mano armata. La rapina del futuro.