Con casse più vuote, Milano potrà fare meno progetti e remunerare meno i suoi collaboratori Qualche mese fa un pittore milanese d'adozione da oltre mezzo secolo, Eugenio Carmi, 90 anni, è stato nominato dal presidente della Repubblica «benemerito della Scuola della Cultura e dell'Arte». Lettera protocollata del ministro dei Beni culturali, cerimonia a Roma. Quando l'artista, lusingato per il riconoscimento, ha chiesto ragguagli sull'organizzazione del viaggio, dal ministero hanno risposto mortificati che per quello avrebbe dovuto vedersela da sé: non c'erano fondi per finanziarlo. Il maestro ha fatto a sue spese i due biglietti e si è presentato nella capitale, dove l'hanno regolarmente festeggiato. CARENZA DI RISORSE - È solo un episodio, ma esemplare di un Paese dove il ministero della Cultura non copre neppure le spese elementari; e le conseguenze su manutenzione e valorizzazione del patrimonio artistico sono sotto gli occhi di tutti. A Milano, giusto per restare nell'attualità, i cornicioni della Galleria si sfaldano e gli amministratori si domandano come finanziare il restauro. Credo che questo malinconico panorama di fondo non vada dimenticato quando, come ora, si discute sulla gratuità della cultura. Un obiettivo perseguito dal nostro assessorato alla Cultura prima con Stefano Boeri, intervenuto ieri sul Corriere per ricordare i motivi della scelta, e ora con Filippo Del Corno. Va detto subito che la fruizione gratuita del patrimonio artistico è un obiettivo magnifico; e che le motivazioni per sostenerla sono positive, in perfetta buona fede e pienamente condivisibili. Del resto, ha ricordato qui Philippe Daverio, si tratta di una figlia della rivoluzione francese, parte dei sogni nel cassetto di chiunque abbia a cuore il progresso della società. GRATUITA' INCOMPATIBILE CON LA CRISI - Le perplessità derivano piuttosto dal momento: in un periodo storico così povero, rinunciare a un introito, per quanto piccolo, pare una scelta poco pragmatica, che impoverisce ulteriormente le casse già esangui della cultura cittadina. Con casse più vuote, Milano potrà fare meno progetti e remunerare meno i suoi collaboratori, con il rischio che i migliori tra loro, che hanno mercato altrove, scelgano altre piazze meglio retribuite. E questo impoverirebbe l'offerta culturale della città. È già successo con altre utopie. Nei primi anni Settanta, in alcune fasce della sinistra, si fece largo l'idea di imporre un prezzo «politico», bassissimo, ai concerti rock. La musica era «pop», si diceva: doveva costare poco o nulla. Chi non si adeguava veniva contestato, anche duramente, come accadde a Lou Reed, costretto a interrompere un concerto al Palalido. Da allora i maggiori cantanti stranieri, soprattutto quelli impegnati, evitarono con cura l'Italia, giudicata inaffidabile e soprattutto poco remunerativa. Un giorno, per potere sentire Bob Dylan, con alcuni amici ci toccò affittare un pullman per andare nel cuore del capitale, a Zurigo, dove, pagato un prezzo esorbitante in franchi svizzeri, assistemmo al concerto non liberamente seduti sull'erba di un bel prato, come usava allora, ma compostamente seduti in un teatro come a una messa cantata. Lì cominciammo ad avere qualche dubbio...