Giulio Carlo Argan, esegeta della razionalità asettica contro il «partito passionale» di Roberto Longhi Uno schema oggi superato dalla riflessione storica Che in morte di Giulio Carlo Argan, nel novembre 1992, le pagine culturali dei maggiori quotidiani ospitassero una folta serie di testimonianze scritte da coloro che allo storico dell'arte si avvicinarono sin dagli anni della formazione, rimanendo affascinati dal carisma umano e intellettuale, dalla sua qualità di oratore e dal pensiero critico era, oltre che prevedibile, persino ovvio. Un sincero e dovuto atto di riconoscenza. Meno scontato, invece, fu notare come proprio in quel momento si fossero finalmente aperte alcune fenditure nel muro dell'incomunicabilità, alzato un bel po' di anni prima per dividere in modo netto quelli che parevano (e in parte effettivamente sono) due diversi modi di intendere l'arte. Una sorta di mappa divisa in parti quasi uguali, comprendente territori e strutture universitarie, editoria e mezzi di comunicazione, apparati ministeriali, direzioni di musei, sovrintendenze, istituti italiani di cultura e via dicendo. Tutto ciò che all'arte faceva riferimento. Ora, anche grazie a queste fenditure, è possibile dire che si sarebbero raggiunti risultati considerevoli, qualora le due posizioni avessero tra loro proficuamente comunicato. In grande sintesi: da una parte coloro che si schierarono con Lionello Venturi, la cui metodologia critica, se non fredda e chirurgica, considerava pressoché necessario tenere lontana ogni partecipazione emotiva, ritenendola portatrice di inevitabili e condizionanti sbalzi umorali, in modo da poter approfondire attraverso una lettura storica e filosofica dell'opera, l'epoca in cui essa era stata prodotta. E accanto a Venturi, sin dagli anni torinesi, si pose il poco più che ventenne Argan (era nato nel 1909). Dalla parte opposta il gruppo, non meno numeroso, di chi si riconobbe in Roberto Longhi: esegeta, invece, della passione, del sentimento trascinante, del mistero che ogni animo umano in sé custodisce. Pronto a calarsi nei meandri più oscuri, pur di trasformare ogni riflesso in bagliore luminoso. Luminoso e ustionante, come solo gli amori più intensi possono esserlo. Non per nulla egli sapeva diventare feroce e spietato quando si trattava di eliminare artisti reputati come inutili intralci visivi (Tiepolo, per fare un nome). L'assenza, dunque, in taluni, rarissimi casi, può trasformarsi in presenza, e così è stato per Argan. Il suo insegnamento è rimasto vivo non solo in chi già ne amava la chiarezza metodologica, fatta di linee sottili, annodate con cura tra loro, sino a formare un tessuto critico delicato ma resistentissimo; ma anche da chi, in precedenza, quelle linee aveva guardato solo per trovarne i difetti. L'accusa principale era sempre la solita: in tanta sapienza mancavano le correnti del cuore, mentre veloci scorrevano quelle della mente. Maurizio Fagiolo dell'Arco, che pure ebbe modo di collaborare con lui, inserì nel suo ricordo parole di ammirazione e altre terribili: «In fondo, non amava i quadri. Li subiva. Mi disse una volta che non ci si deve affezionare al tema del proprio lavoro». Anche Giuliano Briganti, nel tracciarne la figura sulle pagine della Repubblica, sottolineò questo suo aspetto: «Io scrissi una volta, e lui me lo rimproverò sorridendo, che quando lo leggevo non trovavo mai il filo conduttore che porta dal cervello al cuore o viceversa», però, qualche riga dopo, nel raccontare di un loro viaggio in Germania, disse di come, al museo di Treviri, di fronte a «sculture meravigliose nelle quali si intravede tutta la forza del romanico tedesco, con quanta sincera emozione Argan le guardasse e come quell'emozione sapesse comunicarcela». Bruno Contardi, l'allievo che più fu vicino ad Argan negli ultimi anni lo descriveva «fermamente persuaso che nulla al mondo è, in sé, razionale, ma nulla c'è tanto di irrazionale che il pensiero umano non possa razionalizzare». Una formidabile dichiarazione d'intenti, commovente nella sua perfezione, quasi fosse una statua dell'amato Canova tesa verso l'assoluto o pensata come un progetto architettonico. Non a caso, all'architettura, a differenza di Longhi, Argan dedicò gran parte dei suoi studi (Bernini, Brunelleschi, Michelangelo) a cominciare dagli anni della formazione (la sua tesi di laurea, nel 1931, fu proprio su Sebastiano Serlio).