Un vademecum chiaro e completo, con informazioni sulla legge che da due anni assicura la totale deducibilità dal reddito d'impresa di quanto si spende a favore dei beni culturali. Lo ha chiesto il ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, agli industriali di Assolombarda che ieri hanno presentato i risultati di un'indagine sulla disponibilità delle imprese lombarde a utilizzare appunto quella legge. Il ministro ne ha anche suggerito un possibile titolo. "Perché l'investimento culturale conviene". La richiesta di Urbani (una «preghiera») si spiega col fatto che, a un primo bilancio a due anni dalla sua introduzione, è risultato che la legge sulla defiscalizzazione (34200) è stata pressoché snobbata dalle imprese: nella misura di uno a 10. A favore dei beni culturali sono stati infatti erogati per il 2002 solamente 15 milioni di euro (anche in lieve decremento rispetto al 2001), mentre la disponibilità del ministero delle Finanze era di 135 milioni di euro. All'incontro, coordinato da Antonio Calabrò, hanno partecipato tra gli altri lo stesso presidente di Assolombarda, Michele Perini, il presidente di Sistema Imprese e Cultura, Cesare Annibaldi, e l'esperto di diritto dell'arte Massimo Sterpi. L'indagine, svolta per l'Osservatorio Assolombarda-Bocconi da Paola Dubini e Anna Merlo su un campione di 34 imprese manifatturiere associate ad Assolombarda, più altre 20 già impegnate in progetti culturali, ha rilevato che le aziende sostengono la cultura aspettandosene soprattutto il cosiddetto ritorno d'immagine. Gli esperti intervenuti ieri hanno invece spiegato che dal sostegno alla cultura non soltanto deriva all'impresa un miglioramento d'immagine ma anche, concretamente, un beneficio nei bilanci futuri, giacché il primo vantaggio è in un arricchimento "ambientale". Tenuto conto che sulla sottoutilizzazione della legge 342 ha anche pesato una certa disinformazione, il ministro Urbani ha ricordato che «investire nella cultura conviene, perché la cultura produce prestigio e, soprattutto, produce valore aggiunto». E si è soffermato sulla necessità di correggere il nostro modo di guardare ai beni culturali, finora considerati soltanto come un retaggio del passato. Bisogna invece, ha aggiunto Urbani, interpretarli anche come un'arma per il futuro, pensando al vantaggio che ne può derivare al lavoro italiano nel nostro stesso Paese e nel mondo.