Che ingiustizia, che rabbia, che tristezza, che se ne sia andato Umberto Bile. Troppo presto per i suoi cinquantacinque anni, troppo presto per la sua famiglia e i suoi amici, troppo presto per i suoi meriti, troppo presto per tutto quello che avrebbe voluto e saputo fare per Napoli. Umberto Bile è stato uno storico dell'arte uno studioso di pittura napoletana, di storia della tutela, della cultura artistica nell'età dei Borbone , ma è stato soprattutto un 'conservatore': figura cruciale in Inghilterra o in America, ma rara nel martoriato mondo del patrimonio artistico italiano. Un conservatore di museo è un profondo conoscitore, un ordinatore, un allestitore delle raccolte, ma anche un generoso e sollecito anfitrione per i visitatori, in virtù dei quali il museo esiste. E, a Capodimonte come al Filangieri, Umberto Bile è stato un appassionato conservatore. Ma per tutti noi, e ormai per sempre Umberto rimarrà il volto allegro e deciso della rinascita dei Girolamini. Poco più di un anno fa, infatti, gli era toccato di diventare anche ufficialmente 'conservatore': conservatore del Monumento Nazionale dei Girolamini. Che per importanza storica e artistica, ubicazione e vicende recentissime equivaleva a dire conservatore del cuore sanguinante di Napoli. Un compito duro, esposto, ingrato: ma per lui una sfida appassionante. Come se in qualche misterioso modo Umberto sentisse di non avere tempo, si era buttato in questo lavoro anima e corpo, senza risparmio. In una città, e in un Paese, in cui gli annunci e i fatti sono separati da anni, Bile appariva un'incredibile eccezione: perché, settimana dopo settimana, la città ha potuto toccare con mano i risultati del suo intensissimo lavoro. Egli ha trovato e dissigillato rulli di plastica che avevano inghiottito da decenni quadri del Sei e del Settecento, ha riaperto porte chiuse, ha ritrovato e riportato ai Girolamini opere dimenticate nei depositi. Ha pulito (spesso con le proprie mani), recuperato, ricomposto: come un medico amorevole ha curato, giorno dopo giorno, il gran corpo malato dei Girolamini. Sarebbe bastato questo a renderci tutti, e per sempre, grati ad Umberto Bile. Ma c'è stato molto di più. Il nuovo conservatore sapeva bene che il cancro che aveva devastato i Girolamini era cresciuto perché quel monumento era uscito dalla coscienza della città: e che nessuna salvezza era possibile senza recuperare la funzione civile di quelle pietre, di quei chiostri, di quegli spazi unici. E così Bile ha rimesso sugli altari i quadri ancora da restaurare e ha indicato sui cartellini il denaro necessario: invitando così i napoletani a rendersi conto di ciò che potevano fare per la 'loro' chiesa. Era un modo dolce e forte, discreto ma deciso di far capire quanto potrebbe essere bella Napoli: e quanto tutto ciò dipenda da ciascuno di noi. Con la stessa determinazione, poco più di un mese fa, Bile ha fortissimamente voluto che gli Angeli meravigliosi di Giuseppe Sanmartino tornassero sull'altar maggiore dei Girolamini. Perché le opere d'arte si spostano dalle chiese solo per salvarle durante le guerre: e Umberto voleva dire che a Napoli è ora di costruire la pace. Cioè la normalità di una vita civile. Non è stata certo una marcia trionfale. Umberto si era trovato a pagare di tasca propria i conti della luce e tutte le altre spese che nell'interregno amministrativo dei Girolamini ancora non andavano a regime. E quando l'ennesima inadeguatezza dei vertici romani del Ministero per i Beni culturali l'aveva lasciato solo a fronteggiare la prepotenza di una casta politica napoletana priva di ogni senso della misura, Umberto Bile ci aveva messo la propria faccia: prendendosi perfino una querela (che, d'altra parte, lo onorava come il più solenne degli encomi). Ma, nonostante tutto, quando guidava qualcuno a scoprire i Girolamini egli riusciva a trasmettere una gioia, un entusiasmo, una forza davvero contagiosi: negli ultimi mesi, per esempio, sia Salvatore Settis che Massimo Bray sono usciti da quelle sale dicendo: «Meno male che lì ora c'è uno come Umberto Bile». Ora Umberto non c'è più: ora sta a noi far sì che la sua fatica non vada sprecata. E il modo migliore per farlo è proseguire con forza e velocità nella strada che restituisca i Girolamini alla città: se sapremo farne un polmone di cittadinanza attraverso la produzione di conoscenza, allora tutto il lavoro di Umberto avrà avuto un senso. Tre mesi fa, dopo essere tornato dalla riunione dei mille storici dell'arte convenuti all'Aquila per la «ricostruzione civile», Umberto mi aveva scritto, entusiasta per quell'«iniezione di energia che fa bene ai ragazzi, ma anche a noi 'vecchietti', che sempre più numerosi mostriamo di aderire a queste battaglie civili». La storia dell'arte come battaglia civile: per il coraggio e la dedizione con cui l'hai combattuta, ti saremo sempre grati, carissimo Umberto.