Un ricordo di Umberto Bile, conservatore del Monumento Nazionale dei Girolamini a Napoli, scomparso improvvisamente il primo agosto a 55 anni Napoli. Eravamo così felici fino a qualche giorno fa. Ripensando al 21 giugno scorso, con le autorità del Ministero dei Beni Culturali, della Regione Campania e delle Soprintendenze, davanti ad una folla di spettatori attoniti per la rinascita della chiesa dei Girolamini, nel cuore di Napoli, avevamo festeggiato, l'ingresso degli Angeli capo altare di Giuseppe Sammartino, ritornati finalmente a posto loro, dopo trent'anni di museo di Capodimonte dove erano stati messi al sicuro. Un altro mirabile risultato condotto con spirito di abnegazione dal suo curatore Umberto Bile, un'azione che si aggiungeva alla serie di interventi programmati nel corso di un anno, di «restituzione» delle opere d'arte, nella navata sinistra della chiesa, dal «San Francesco» di Guido Reni, al «San Sebastiano» di Matheus Stomer, al «San Giorgio e san Pantaleone» di Gaetano Gandolfi, solo per ricordarne alcuni. L'animatore di tutto, il nostro umile e grande uomo, Umberto Bile, non c'è più. All'età di cinquantacinque anni, durante la notte del 1 agosto, è stato colto da un malore lancinante all'aorta che lo ha stroncato impietosamente, sconvolgendoci tutti, amici, colleghi, parenti e la sua compagna Chiara, travolta dall'incredulità di una morte sopraggiunta in un luogo di vacanza, tra le sue braccia. Umberto è stato un uomo coraggioso e ora ci appare davvero insostituibile. Per i Girolamini si dava con tutta l'anima, lavorando senza limiti di tempo e inventandosi forme di cooperazione (come il biglietto unico del Museo del Tesoro di San Gennaro) e di sponsorizzazione per i restauri e per la manutenzione ordinaria, ma il Ministero, pur nominandolo curatore, non gli aveva mai assegnato alcun sostegno finanziario, né benefici di risorse umane. Lavorare nelle condizioni in cui si trovava era impossibile, ma lui era una persona speciale. Era dotato di un tratto buono e semplice del carattere, saldato dall'autoironia, dalla generosità e da una visione positiva e quasi «eroica» dell'esistenza. Infondeva coraggio intorno a sé e a chi gli è stato accanto, consolidando nella prassi della vita lavorativa, l'impegno quotidiano per le piccole e grandi cose, l'amore per la condivisione dei risultati ottenuti, in nome dei principi della collettività, senza risparmiarsi. Insomma un piccolo, grande, uomo che credeva nei valori della pubblica azione. Il suo esempio sarebbe da moltiplicare in tanti formati nel nostro Paese! Per chi non ha avuto la fortuna come noi di averlo conosciuto, e amato, Umberto non soffriva di vittimismo e non amava lamentarsi. Gli erano estranei, dunque, l'ambizione del potere, il narcisismo e tanto meno la furbizia, propria degli sciocchi. Invece, con la sua straordinaria allegria, stampata nel sorriso di un volto luminoso e chiaro, ci portava per mano a osservare con attenzione quanto la nostra indecente città offrisse ancora un volto sincero dell'amicizia, proprio nel centro storico di Napoli più ottenebrato, quello vicino ai Girolamini, dove da poco si era trasferito, trovando una nuova casa insieme a Chiara. Grazie della tua lezione di vita, Umbe'.