"In quel Ministero non funziona quasi più niente", è stata, giorni fa, la desolata conclusione in pubblico di Adriano La Regina, per decenni difensore e valorizzatore dell'archeologia romana, quindi di Roma stessa. Nel mirino sembrano ora esservi proprio il patrimonio archeologico e la sua tutela. In tutto il corpo ministeriale il caos si sta ormai associando alla demotivazione e allo sbalordimento per misure cervellotiche in contraddizione fra loro. Entra in vigore un nuovo Codice dei Beni culturali (a cinque anni soltanto dal varo del Testo Unico), è debole e poco chiaro, ma subito le norme sui condoni, partorite dallo stesso governo, lo mutilano, indebolendolo ancor più. Il Ministero, teoricamente, si decentra, creando però oltre quaranta dirigenti centrali. Per compensare i quali si operano ridimensionamenti e accorpamenti in giro per l'Italia, non sostituendo i soprintendenti che vanno in pensione, o che se ne vanno e basta. Nel contempo però si fanno nascere nuove Soprintendenze periferiche, forse per compiacere alcuni potenti del momento: a Lucca (Pera), a Parma (Lunardi), a Lecce (Poli Bortone), ecc. Per non parlare del tourbillon di trasferimenti, in base a criteri che nulla hanno a che vedere con merito e professionalità. Nel mirino, dicevo, c'è ora l'archeologia, in particolare quella del Lazio. Il bel Museo di Villa Giulia esiste dal 1889 e attorno ad esso è stata costruita e consolidata la Soprintendenza archeologica dell'Etruria meridionale, la quale ha lavorato negli anni assai bene: si guardi soltanto alla splendida operazione del Parco archeologico di Vulci (ora minacciato dalla famigerata Autostrada della Maremma), col museo della rocca, raffinato e divulgativo insieme, e con un territorio che, ancora intatto, disegna un paesaggio da Grand Tour. Ma è difficile non citare il buon lavoro svolto dallo stesso organismo a Pyrgi, a Tarquinia, a Cerveteri. Analogamente, ha avuto una valida funzione la Soprintendenza ai beni archeologici del Lazio, creata nel 1968 proprio per dare identità più precisa al ricchissimo, e spesso sottovalutato, patrimonio archeologico della regione al di fuori di Roma e di Ostia presidiate da storiche istituzioni. Queste strutture funzionano? Hanno ruoli specifici riconosciuti? Sì, e allora, il Ministero di cui è titolare Giuliano Urbani, decide di fonderle, di impastarle insieme. «Così, si darebbe vita - commenta amara Irene Berlingò, archeologa e coraggiosa presidente dell'Assotecnici - ad una sola mega-Soprintendenza la quale riunirebbe di fatto ben cinque province, in un territorio fra i più ricchi di presenze storiche». Secondo le ricerche di Daniela Primicerio, i siti archeologici del Lazio (esclusa Roma) sono addirittura oltre 400, sui 2.099 censiti in tutta Italia, cioè il 20 per cento. E i musei archeologici, assieme a quelli d'arte e di archeologia, risultano - escluse Roma e Ostia - quasi 90, di cui 27 in provincia di Viterbo e 25 in quella di Roma. Tutto ciò in un territorio che, pur intaccato dall'abusivismo e dalle stesse costruzioni legali «a pioggia», ha grandissime bellezze e potenzialità turistiche, se salvaguardato, con un'attenzione più ravvicinata, più specifica, dai tombaroli, dai trafficanti, dal cemento stesso. Lo prova il grande successo, l'estate scorsa, a Vulci della esposizione della sensazionale Tomba François nel cortile della rocca-museo, successo ottenuto nella cooperazione fra Stato e autonomie. Dopo di che, in modo irragionevole, si fondono in una due valide Soprintendenze e in Finanziaria si tagliano i fondi - lo denunciano i tecnici di Villa Giulia - perfino a Tarquinia e a Cerveteri entrate nel 2004 «a far parte della lista di beni che l'Unesco considera patrimonio dell'umanità». Così si degrada e decade un Ministero che Giovanni Spadolini pensò, trent'anni fa, «diverso» da tutti, imperniato su tecnici. Nei suoi ruoli gli archeologi contano sempre meno: sono sotto di un 20 per cento all'organico previsto, e uno appena di loro è direttore centrale regionale (De Caro in Campania). Magra consolazione: pure gli storici dell'arte hanno solo Antonio Paolucci in Toscana. Gli altri? Architetti e soprattutto amministrativi. Alla salute delle competenze tecnico-scientifiche.
L'archeologia sotterrata dai burocrati
Il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca ha deciso di fondere le cinque Soprintendenze archeologiche del Lazio, creando una sola mega-Soprintendenza. Questa decisione è stata criticata da vari esperti, tra cui l'archeologa Irene Berlingò, che sostiene che la fusione delle Soprintendenze potrebbe indebolire la tutela del patrimonio archeologico della regione. Secondo Berlingò, la fusione potrebbe anche ridurre la competenza tecnico-scientifica del Ministero, poiché gli storici dell'arte e gli archeologi sono stati sottorappresentati.
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