anche il «percorso delle antiche mura» di Bologna nel voluminoso pacchetto di finanziamenti firmato venerdì scorso dal ministro per l'Economia Domenico Siniscalco e pubblicato ieri sul sito della Ragioneria dello Stato. Sono le cosiddette «norme-mancia» inserite nella Finanziaria 2005 e poi rimpinguate dal decreto «omnibus». Garantiscono complessivamente fondi a pioggia per ben 347 provetti diversi presentati a tempo di record da Comuni, Regioni ed enti più o meno piccoli. I milioni di euro stanziati in tutto sono 112. Per ristrutturare il percorso di quel che resta delle antiche mura il Comune di Bologna ha ottenuto 370 mila euro, poco meno dei 400 mila stanziati per l'illuminazione pubblica di Padova E' stata una delle pio lungimiranti visioni urbanistiche dell'Europa medievale. La terza cerchia muraria di Bologna, quella di cui si ripuliranno ora i tratti superstiti mica pochi a differenza di quanto pensano in molti: l'intero collegamento tra porta Zamboni e porta Mascarella, un bel segmento su viale Silvani. un altro su viale Ercolani, qualcosa nei pressi di porta Sant'Isaia e porta Lame, per citare le parti più visibili - quando venne tracciata sulle carte dovette produrre l'effetto che oggi fa guardare dal cielo l'estensione sterminata dì Città del Messico. La nuova cintura, lunga quasi otto chilometri, andò infatti a circoscrivere la nuove area di sviluppo urbano con tale ampiezza di vedute che per i sei secoli successivi, fino a dopo l'Unità d'Italia (quando la città contava 80mila abitanti) non sì sentì il bisogno di allargare quel recinto che oggi chiamiamo semplicemente 'centro storico' e trattiamo alla stregua dì un singolo quartiere. E non basta: a metà Ottocento le aree interne prive di costruzioni (orti, pascoli, canneti. perfino mezze paludi) erano ancora vaste e numerose, specie nella zona alle spalle del porto Navile. Fu nella prima metà del Duecento che si progettò questa ciclopica cerchia: Bologna, capitale della seta. era una delle dieci metropoli più popolose d'Europa, alla pari con Parigi. Lavoro, ricchezza e università attiravano carovane dì immigrati, e dentro la cerchia del Mille che appena due secoli prima aveva dato un perimetro fortificato alla città letteralmente esplosa oltre la prima cerchia altomedievale, in selenite si stava come sardine. Per un secolo circa, il nuovo giro di mura non fu affatto di mura. Si trattava di palizzate in legno, con aperture corrispondenti alle porte (all'inizio sedici), talmente facili da attraversare che Petrarca, studente fuorisede, attorno al 1320 ne parlava come di un colabrodo raccontando di uscite notturne in ballotta con gli amici: «Non mura ma fragil steccato per vecchiezza già mezzo disfatto cingeva la sicura città». Nel Trecento. con il progressivo declinare del benessere e dunque della sicurezza, si passò ai mattoni: mura 'a sacco', cioè farcite di ciottoli annegati nella malta, porte con ponti levatoi e pivellini, feritoie,. terrapieni. E lì dentro siamo stati, fitti e sporchi, con una gran miseria e tra lo sfarzo di pochi, fino al 1903, quando si mise mano al piccone per collegare il 'fuori' e il dentro' di una città che urbanisticamente era dilagata nella pianura. Restarono in piedi i tratti nei punti dove non davano fastidio o erano funzionali. Le solide spalle di terra contro cui poggiano ne hanno garantito la staticità. e sotto gli archi di rinforzo poveri artigiani hanno ricavato per decenni modeste e gratuite bottegucce. Fu l'ultimo servizio reso dalle mura alla città, che ricambiò guardandole con ingrata indifferenza.