«Costruiamo insieme un vademecum per le imprese, affinchè capiscano che sostenere la cultura è un investimento vero, che prevede ritorni di immagine ed economici». L'invito ai rappresentanti delle aziende milanesi a stimolare un nuovo «mecenatismo» è stato rivolto ieri nella sede di Assolombarda dal ministro per i Beni e le attività culturali Giuliano Urbani: «La defiscalizzazione per gli investimenti culturali riservata alle imprese e introdotta due anni fa non ha dato finora grandi risultati. Si fa fatica a capire la convenienza, mentre le opportunità sono tante ed è importante farle conoscere. La legge è poco conosciuta dagli imprenditori: dovrebbero capire che ci sono tanti modi per pagare le tasse. Uno di questi è affidare gli stessi soldi a un settore specifico». Il binomio impresa-cultura, però, a Milano sembra vincente. La città sta riprendendo conoscenza del suo patrimonio storico, culturale e turistico di livello mondiale e cresce l'interesse, anche privato, a valorizzarlo. L'Osservatorio Assolom-barda-Bocconi, ha selezionato un campione di 34 imprese manifatturiere di dimensioni superiori ai 10 milioni di euro di fatturato nel 2001 (due terzi delle quali hanno già investito in progetti in ambito artistico e culturale) e un ulteriore campione di 20 aziende private (manifatturiere, finanziarie e di servizi) impegnate in progetti culturali che ha sottoposto a un questionario comprendente domande per comprendere i motivi per cui l'azienda ha deciso di scommettere sulla cultura Circa due terzi delle imprese hanno ammesso che la motivazione principale dell'investimento consiste nella possibilità di avere un ritorno d'immagine per l'azienda, mostrando l'impegno sociale dell'impresa fuori dal proprio ambito professionale. Meno sentita, invece, la possibilità di ottenere vantaggi di natura fiscale o di entrare a far parte di una rete interessante di relazioni che consentano di entrare nei salotti «che contano», input al primo posto nel mondo anglosassone e in particolare negli Stati Uniti: chi non se la sente di investire in cultura lo fa perché sarebbe incoerente con scelte aziendali o perché non gli sono chiari i possibili ritorni. Le interviste rivelano inoltre che le iniziative culturali nelle quali le imprese preferiscono essere coinvolte sono: sponsorizzazioni di eventi (mostre, festival), istituzione di borse di studio oppure attività collaterali (finanziamento nella pubblicazione di cataloghi, organizzazione diconvegni a latere di eventi). Meno appetibili, invece, il finanziamento di nuovi artisti e di nuove produzioni e la costruzione di nuovi monumenti. L'antico «mecenatismo» lascia spazio più alla promozione di beni culturali che già ' esistono piuttosto che al finanziamento di opere ex novo. E vale la pena porre l'attenzione sulla risposta degli intervistati alla domanda su chi debbano essere i destinatari degli investimenti culturali delle aziende private: sono quasi tutti d'accordo «rprivitegiare scuole e comunità scientifiche. L'elemento di debolezza, però, resta ancora la discontinuità degli interventi. «L'investimento nella cultura - sostiene il presidente di Assolombarda Michele Perini - perde l'aspetto antico del mecenatismo e diventa business autentico, che crea nuovi posti di lavoro. Scontiamo però gravi ritardi. I tempi dell'economia e della politica dovrebbero avvicinarsi di più».
"Servono più mecenati per far crescere la cultura"
Il ministro per i Beni e le attività culturali Giuliano Urbani ha invitato i rappresentanti delle aziende milanesi a stimolare un nuovo mecenatismo. La legge di defiscalizzazione per gli investimenti culturali introdotta due anni fa non ha dato finora grandi risultati. L'Osservatorio Assolombarda-Bocconi ha selezionato 34 imprese manifatturiere e 20 aziende private impegnate in progetti culturali e ha chiesto loro di spiegare i motivi per cui hanno deciso di investire nella cultura. Circa due terzi delle imprese hanno ammesso che la motivazione principale è il ritorno d'immagine per l'azienda.
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