Sembra la trama di un romanzo di Pirandello, anche se la questione riguarda il suo corregionale Giovanni Verga. Un' appropriazione indebita di manoscritti appartenuti al capostipite del Verismo, che per ottant' anni prima gli eredi e poi lo Stato non sono riusciti a strappare all' usurpatore, Vito Perroni, un ex gerarca fascista, poi provveditore agli studi, che li aveva avuti in consegna nel 1928 dal nipote dello scrittore, Giovanni Verga Patriarca. Finalmente il reparto Tutela patrimonio culturale dei carabinieri ha sequestrato il prezioso patrimonio, che va a colmare la metà mancante "dell' eredità" di Verga. Ecco il "malloppo" recuperato: trentasei manoscritti tra romanzi e novelle, migliaia di stampe fotografiche, centinaia di lettere autografe. E ancora bozze, disegni, negativi - Verga era per i tempi un provetto fotografo - e appunti. Il tutto per un valore di quattro milioni di euro. Ora tutte le carte, stipate in una valigia e in tre capienti casse, sono al sicuro all' Università di Pavia. Gli esperti verificheranno lo stato dei documenti, alcuni dei quali in pessime condizioni, poi interverranno per la salvaguardia. Solo quando il dossier «confluirà nella Fondazione Verga di Catania», come dice l' assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia Mariarita Sgarlata, potrà essere messo a disposizione degli studiosi. In tanti scommettono che non mancheranno le sorprese. Gabriella Allegri, presidente del Comitato per le edizioni nazionali di Verga, è una di questi: ha contribuito a smascherare il tentativo di asta ed è stata tra i primi a visionare i manoscritti. «Alcune carte - dice - sono proprio malridotte, macchiate di caffè, spillate con graffette arrugginite. Ma a leggerle scopriremo sicuramente aspetti inediti della produzione verghiana. A cominciare dalle centinaia di lettere inedite». La cosa incredibile è che c' è la refurtiva, si conosce il "ladro", eppure per oltre tre quarti di secolo non si è riusciti a risolvere il giallo. Il ritrovamento è stato alquanto rocambolesco: la figlia di Perroni, Angela Maria, 76 anni, nel 2012 decide di mettere all' asta da Christie' s, a Milano, il fondo bis di Verga, ereditato nel 1978 alla morte del padre. Ma la Soprintendenza ai Beni librai della Regione Lombardia, allertata dalla Fondazione catanese, intercetta il tentativo di vendita, avvia il procedimento di dichiarazione di interesse culturale e decide l' affidamento all' Ateneo di Pavia. A questo punto scatta il sequestro disposto dalla Procura di Roma. I carabinieri inoltre perquisiscono l' abitazione romana della Perroni, dove scoprono sedici oggetti archeologici di ottima fattura, datati dal quinto al secondo secolo avanti Cristo: vasi e anfore, provenienti da scavi clandestini. La donna è stata denunciata per ricettazione e per appropriazione indebita dei documenti verghiani. Questo giallo culturale inizia alla fine degli anni Venti, quando su sollecitazione del ministro fascista Bottai tutte le carte di Verga, deceduto nel 1922, vengono cedute a Perroni, per curare l' opera omnia con Mondadori. In effetti lo studioso con la moglie Lina pubblica diversi volumi con le opere dell' autore di Mastro don Gesualdo. Il primo I Malavoglia esce nel 1939. Seguiranno, nel 1940 e nel 1942, altri volumi con tutte le novelle e i romanzi (a ogni uscita anche un' edizione di lusso numerata di 499 esemplari impressi su carta a mano di Fabriano). I coniugi Perroni alla fine però si rifiutano di riconsegnare i manoscritti, e inizia una querelle che si trascina fino a noi. Scendono in campo, invano, anchei Nobel Montale e Quasimodo che denunciano la "cattività delle carte", prigioniere dei curatori. Negli anni, denunce, sentenze, interpellanze parlamentari, appelli di intellettuali, risultano infruttuosi. Anche l' ultimo erede dei Verga, il pronipote Pietro, nulla può contro il muro di gomma dei "sequestratori". Com' è stato possibile? «Da un lato la complessità del procedimento civile - dice il maggiore Antonio Coppola, del reparto Tutela opere culturali- dall' altro la caparbietà dei Perroni nel tenere occultato il maltolto, hanno fatto sì che i tempi si allungassero a dismisura. Quando noi siamo stati chiamati a operare, lo abbiamo fatto tempestivamente».
SALVI I MANOSCRITTI DI GIOVANNI VERGA
Il reparto Tutela patrimonio culturale dei carabinieri ha sequestrato il patrimonio di Giovanni Verga, un capostipite del Verismo, che era stato appropriato da Vito Perroni, un ex gerarca fascista. Il patrimonio, che include manoscritti, stampe fotografiche, lettere autografe e altri oggetti, era stato sequestrato dopo un tentativo di vendita da parte della figlia di Perroni, Angela Maria, che aveva messo in vendita il fondo bis di Verga. I carabinieri hanno scoperto che Perroni aveva nascosto il patrimonio in un'abitazione romana e hanno trovato sedici oggetti archeologici di ottima fattura. Angela Maria è stata denunciata per ricettazione e appropriazione indebita dei documenti verghiani.
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