Comitati tecnici cancellati, paghe da fame per gli esperti. E il caso Roma che sconta l'era Alemanno e rischia di affidare ai privati, per 20 anni, la gestione dei suoi tesori Dunque, un archeologo vale dai 4,25 ai 7 euro lordi l'ora. La stima è della società che gestisce la rete del gas a Roma e che ha bisogno di archeologi per non combinare altri disastri negli scavi per la posa dei tubi o per la ristrutturazione della rete. La cifra offerta, davvero offensiva, dà la misura della considerazione nella quale sono tenuti gli specialisti dei Beni Culturali (i meno pagati, del resto, fra i dipendenti statali). Ma ora c'è già chi magnifica gli esiti del fresco matrimonio turismo-beni culturali. Venghino siori: per chi non lo sapesse, in giro per il mondo, in jet-cargo, in Tir, in camion, circolano ogni anno 9-10.000 opere d'arte italiane prestate dai nostri musei. Un export turbinoso, a volte per elemosinare i denari (che lo Stato non stanzia più) per i restauri. Se poi i beni culturali saranno sempre più subordinati alle esigenze del turismo e della sua promotion, vedremo ben altri scempi. Restiamo dentro la notizia. L'attuale governo ha deciso di riprendere il disegno di legge dell'ex ministro Catania contro il consumo, o meglio la dissipazione, di suoli liberi. Solo che non ne sarà titolare il Ministero per i beni e le attività culturali bensì quello delle Politiche agricole. Eppure il consumo di suolo (e di paesaggio) non è meramente agricolo, esso rappresenta un dato globale che dovrebbe rientrare nel quadro della tutela e quindi dei piano paesaggistici (chi li ha visti?) Ministero-Regioni. Di più: il disegno di legge affida ad un Comitato per la difesa dei prodotti agro-alimentari la regìa della lotta allo spreco di suolo. Il che ha fatto dire amaramente all'urbanista Vezio De Lucia: "Le orecchiette prima della valle d'Itria, prima di Alberobello". Andiamo avanti: nell'ambito del decreto del Fare la scure dei tagli è andata a colpire, tragicomicamente, i Comitati di settore del Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Organismi, ovviamente, tecnico-scientifici che svolgono da anni il delicato compito di istruire per i beni architettonici, per quelli storico-artistici e così via le pratiche sui progetti, buoni a volte, demenziali in altre (ricordo per tutti il "piano del colore" che dipingeva Urbino di rosso fragola o verde menta), destinati poi al Consiglio Superiore. Poiché i Comitati di settore costavano la miseria di 10.000 euro l'anno, si è cercato di rimediare con un emendamento alla soppressione. Purtroppo però il ministro Bray non era in aula in quel momento e l'emendamento è stato bocciato nonostante le proteste della solerte relatrice on. Flavia Piccoli Nardelli (Pd). Ci vorrà un qualche rattoppo. Se si potrà. Quinto episodio. Il 31 luglio scade il bando del Comune di Roma (ultima impresa, si spera, del duo Alemanno-Broccoli) per la concessione a privati per la bellezza di anni 20 dei servizi per la gestione e, ovviamente, la valorizzazione delle aree del Teatro Marcello, Portico d'Ottavia, Tempio di Apollo Sosiano e di Bellona, Albergo della Catena e Monte Savello. Apertura, biglietteria e guardaroba (?), vendita e pre-vendita biglietti, manifestazioni culturali e spettacolari, bookshop, bar-caffetteria (un archeochiosco?), marketing e altro ancora. Un modellino sperimentale municipale per altri più lucrosi e ventennali affidamenti (statali) a privati? Ci butti un occhio il neo-assessore comunale alla Cultura. Invocare il beneficio di inventario è d'obbligo. Si obietterà: c'è ben altro nel pentolone dei beni culturali accorpati allo spettacolo dal vivo. E' vero, ma anche dai piccoli episodi si misura lo stato confuso e confusionale in cui il MiBAC è stato precipitato da Bondi-Galan-Ornaghi. Il dato di gran lunga più preoccupante emerge (non è una novità) dal mondo degli ex Enti lirici per i quali Bray denuncia debiti per 330 milioni di euro. Con situazioni molto diverse fra Fondazioni "virtuose" (vedi Santa Cecilia) ed altre invece schienate dai debiti (Maggio Musicale, Carlo Felice di Genova) o gravate da un carico di personale, per lo più burocratico-clientelare, insostenibile. Per non parlare del costo di certe direzioni musicali, o di certe regìe che ambientano regolarmente le opere serie in ospedali psichiatrici e le opere buffe in bordelli sadomaso. In tempi di crisi nera, meglio la rappresentazione in forma di concerto come quella, mirabile, del verdiano "Ballo in maschera" diretto da Antonio Pappano che ha concluso la stagione di Santa Cecilia. Tutto il contrario, stando a certe critiche furenti, di quello dato alla Scala di Milano con costi, immagino, da stordire.