Progettazioni «in ritardo», banche e assicurazioni «restie ad assumere i rischi connessi alla remuneratività delle grandi opere» e cantieri «in arretrato rispetto al programma iniziale». E' un grande flop quello che la Corte dei conti disegna per le cosiddette «grandi opere» del governo Berlusconi, quelle che avrebbero dovuto lasciare un segno tangibile di cinque anni di amministrazione del Polo delle libertà. Dal Ponte sullo Stretto di Messina mai avviato alle autostrade Salerno-Reggio Calabria, che avanza al ritmo di appena sette km all'anno, e Palermo-Messina, inaugurata e poi richiusa. «Malgrado il notevole sforzo sostenuto dalle amministrazioni statali, regionali e degli enti locali interessate, in sede di concertazione per definire e selezionare i singoli interventi, è stato accertato uno stato di ritardo delle progettazioni generali e del perfezionamento dei nuovi istituti promossi dalla legge obiettivo per la realizzazione delle grandi infrastrutture (project financing, general contractor, concessionari)», scrive la magistratura contabile, che poi osserva come «gli istituti bancari e assicurativi sembrano restii ad assumere i rischi connessi alla remuneratività delle grandi opere». La cosiddetta legge obiettivo è bocciata anche per ciò che riguarda i sistemi di finanziamento, basati sul ricorso ai privati. Per la Corte, invece, «i sistemi tradizionali di finanziamento (mutui a carico dell'amministrazione statale) si sono dimostrati a oggi più efficaci degli strumenti innovativi introdotti dalla legge obiettivo». Inoltre il meccanismo di «allocazione delle rate di ammortamento» dei mutui attivati per la realizzazione delle grandi opere, il cui valore viene inserito in una posta diversa da quella relativa agli interessi e al rimborso di capitale, «può inficiare il corretto calcolo dei parametri di indebitamento netto, affidati all'Istat». La Corte osserva poi come una rilevante parte (il 43,58) delle opere, stimate in 85,5 miliardi di euro, debba ancora trovare una specifica modalità di realizzazione. Dai dati emerge poi che per le opere nuove è previsto un fabbisogno di 75 miliardi di euro contro i 121 delle opere da completare, mentre il confronto tra risorse disponibili e fabbisogno (con 20 miliardi di finanziamenti validati dal Cipe su una stima di fabbisogno di 196,2 miliardi) mostra un rapporto del 10,28. Anche prendendo a riferimento l'originaria stima del valore delle grandi opere di 125,8 miliardi, «il rapporto tra disponibilità e fabbisogno non supera la percentuale del 16». Il che, se riferito alla opere da completare e quelle di nuova progettazione porta ad ipotizzare una necessità di maggiori finanziamenti, rispettivamente, di 85,3 e 60,5 miliardi di euro. Quanto poi allo stato di avanzamento delle opere, l'analisi della Corte fa emergere che i cantieri avviati sono «una parte assai limitata degli interventi inclusi nel programma». I lavori cantierati ammontano infatti a 3,4 miliardi di euro, il 18 dei finanziamenti acclarati come disponibili a seguito di delibere Cipe. Tali lavori rappresentano poi una percentuale dell'8,68 degli interventi stimati nelle delibere Cipe. E' da considerare, tuttavia, che i valori dei lavori sono al netto dell'Iva «per cui il raffronto sconta una discrepanza del 25-30». Ha così gioco facile l'opposizione a denunciare i fallimenti del governo. Per Tino Iannuzzi della Margherita si tratta di una «bocciatura senza appello della politica infrastrutturale di Berlusconi», mentre secondo Mauro Fabris dell'Udeur la Corte smaschera «il grande bluff di Berlusconi» e per il capogruppo della commissione Ambiente alla Camera, il diessino Fabrizio Vigni, si tratta invece di «un'altra conferma dei fallimenti del governo».
Grandi opere al palo - La Corte dei conti boccia il governo italiano
La Corte dei conti ha condannato il governo Berlusconi per i fallimenti delle grandi opere del Polo delle libertà. Le progettazioni sono state ritardate e le banche e le assicurazioni sono restie ad assumere i rischi connessi alla remuneratività delle opere. La legge obiettivo per la realizzazione delle grandi infrastrutture è stata bocciata. La Corte ha anche criticato il meccanismo di finanziamento e ha stabilito che i sistemi tradizionali di finanziamento sono più efficaci degli strumenti innovativi. Le opere da completare ammontano a 121 miliardi di euro, mentre le opere nuove richiedono 75 miliardi. Il rapporto tra disponibilità e fabbisogno è del 10,28%.
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