Lo Stato non ha più risorse, servono i soldi dei privati Restauri del Colosseo sotto il segno delle polemiche Enrico Letta lo ha spiegato col consueto aplomb alla Camera nell'ultimo question time: l'impegno dei privati è l'ultima spiaggia per il patrimonio culturale italiano. Il governo cercherà «tutte le soluzioni percorribili» per convincere i privati ad annaffiare di fondi i nostri provati beni culturali. Ricordando che l'infatuazione della cultura per il dio mercato è nata già da tempo, e anzi «l'apporto economico dei privati è molto facilitato da alcuni interventi normativi», Letta ha spiegato che accelererà sulle detassazioni per chi investe nel patrimonio: «Abbiamo prorogato il sistema del credito imposta per le produzioni cinematografiche, sono misure che vogliamo rafforzare e razionalizzare». Il presidente del Consiglio ha così rintuzzato l'eterno dibattito sul come vada finanziata la cultura, dibattito illanguiditosi alla luce della cronica assenza di fondi ministeriali, al buio delle soluzioni, al tambureggiare dei persistenti cori contro la cultura «svenduta» ai privati, quando i finanziatori privati non è detto che si affollino. Eppur si muovono e si scaldano ancora gli opposti schieramenti della serie «statalisti vs. antistatalisti», davanti ai giganti problemi di un'Italia primo paese al mondo a vantare beni patrimonio dell'umanità ma ultimo paese europeo per fondi alla cultura (1,1 del Pil). Graduatorie che si riverberano sugli ultimatum Unesco per Pompei, sui Bronzi di Riace sfollati, sulla Reggia di Caserta che langue e le fondazioni liriche sull'orlo della bancarotta, per non parlare di teatri e cinema. Uno scenario dove Enrico Letta che promette altisonante di non tagliare i fondi alla cultura non appare eroico, perché azzerare il quasi zero sarebbe lo knock-out, come dicono le cifre da bollettino di guerra inviate alle Camere dal ministro dei Beni culturali Massimo Bray: 10 milioni di euro in meno rispetto al 2012, tagli per oltre il 58, 40 milioni di bollette mai pagate. In più, le contraddizioni, i soliti diavoli annidati nei dettagli l'incompetenza diffusa, la poca meritocrazia, la burocrazia avviluppante, i fondi europei sprecati, il disinteresse ai massimi. Perché allora non lanciarsi la ciambella del privato? «Assurdo che lo Stato dimentichi la Costituzione per cercare supplenze in soggetti non mossi dall'interesse generale», tuona Tomaso Montanari, archeologo e storico dell'arte dell'Università di Napoli, allievo di Salvatore Settis. Quest'ultimo nel suo Italia S.p.a. aveva attaccato duramente l'assalto dei privati al patrimonio culturale. Idem per Montanari: a lui la «resa» di Letta «fa impressione», perché «il patrimonio è l'interesse pubblico: se lo Stato non vi fa fronte, perché dovrebbero farlo i privati?». A far stizzire lo storico dell'arte è soprattutto il concetto di "investimento": «Se li lasciamo in balìa dei privati, i nostri beni saranno sfruttati commercialmente e andrà perduto il loro senso democratico e costituzionale; se invece si cerca un mecenatismo in stile Usa, incoraggiandolo tramite le detassazioni, ci perderemmo dentro le manovre indirette». Eppure altrove la politica culturale per mano privata non è tabù, anzi è una manna. Oltralpe si ragiona pure su proposte choc come quella avanzata in terra teutonica da un drappello di esperti del ramo politico-culturale: Kulturinfarkt. Azzerare i fondi pubblici per far rinascere la cultura (Marsilio). Gli autori - Dieter Haselbach, Armin Klein, Pius Knüsel e Stephan Opitz - risolleverebbero la cultura vitaminizzandola con la funzione regolatrice del mercato, abbattendo finanziamenti a pioggia e sovvenzioni indiscriminate, ridimensionando la tutela dello Stato a pochi settori, ripensando la liaison pubblico-privato. Per il critico d'arte Duccio Trombadori il punto è far chiarezza: «Aprire agli investimenti privati si può, ferma restando però la tutela dei nostri beni». «La politica del bene culturale inteso come giacimento da sfruttare è una vecchia idea di Gianni De Michelis spiega ma la verità è che in Italia si è mai vista una vera politica economica sul nostro patrimonio». Dibattiti datati, nati negli anni Settanta con la fondazione del ministero dei Beni culturali da parte di Spadolini, e giunti a oggi dove c'è chi vorrebbe un Mibac finanziariamente meno nudo e con funzioni simili al più accentratore ministero francese. È di qualche mese fa l'appello di Galli della Loggia e Roberto Esposito per dare un Ministero della Cultura anche all'Italia, «uno dei pochi paesi europei» che non lo ha. Soltanto «chiacchiere da intellettuali salottieri» per Tomaso Montanari: «Non servono nuove etichette ma un progetto di nazione». Senza privati però. Lo storico li scansa come la peste. Per lui un Della Valle che compra il brand Colosseo per farne merchandising fa il paio con il Renzi che affitta Ponte Vecchio a Montezemolo. Stessa pasta: «Il nostro patrimonio è scuola di conoscenza e democrazia e non un Luna Park o un divertimento per ricchi, né serve a vendere scarpe». Montanari che infine provoca: «se il Colosseo deve servire a fare far soldi a Della Valle: crollasse il Colosseo». Laura Cervellione