Una sfida non da poco quella che inaugura il ritorno della sinistra in Campidoglio, la pedonalizzazione dei Fori Imperiali. O, meglio, la chiusura al traffico privato - non ai mezzi pubblici e ai taxi - dell'ultima parte dell'arteria che, dal bivio con via Cavour e largo Corrado Ricci, sbocca sul Colosseo e raggiunge il suo apogeo nella grande area, già libera, dominata dall'arco di Costantino. È bene che i limiti almeno iniziali del progetto siano stati indicati da subito, così da zittire le voci tendenti a sabotarlo presentandolo come la creazione di una unica area impercorribile dai veicoli da piazza Venezia fino alle ultime pendici del Colle Oppio. Pur nelle dimensioni ridotte annunciate, la decisione di Ignazio Marino segna una netta cesura con la decadenza e la rinunciaa una politica di rilancio culturale che la Capitale ha subìto sotto il governo della destra. L'idea di riportare all' appeal di un grande parco archeologico fruibile dai cittadinie libero dall'inquinamento, l'area Fori-Colosseo-Arco di Costantino, ha un valore che senza tema di retorica si può definire di carattere mondiale. Eppure ci par di sentire fin d'ora il brontolio di chi vorrebbe chiudere ogni accesso ai Fori e aprire ogni varco possibile agli automezzi. "Andiamoci piano" è la parola d'ordine lanciata dal partito che non aveva nulla da ridire quando a maggior lustro dell'Urbe sono tornati i gladiatori e gli archi e le colonne sono state trasformate in quinte pericolanti per i mega concerti rock. Ora, in un paese come l'Italia, dominato da una lentocrazia che blocca per decenni anche il restauro di un casello ferroviario, si ha l'improntitudine di appellarsi, non alla indispensabile accuratezza nelle scelte ma al toccasana dei "tempi lunghi". A dare il la ai passaggi dal "lento" al "lentissimo", come in una sinfonia di Bruckner, è la pagina che Il Messagero, capofila dei patiti del no, dedica all'evento. Ecco l'incipit della cronaca: "Tempo per studiare il piano. Nessuna fretta, nessuna accelerazione, ma la pazienza necessaria per verificare il senso dell'operazione. Sui Fori pedonali il ministro per i Beni culturali Massimo Bray sceglie la strada del lavoro con lentezza". Un modo come un altro per non arrivare mai al compimento, ignorando volutamente che il piano di pedonalizzazione risale a ben 35 anni orsono e che l'iniziale insabbiamento coincise con la morte di Luigi Petroselli, il grande sindaco che per primo lo aveva promosso. Eppure alcuni risultati esemplari dovrebbero aver convinto anche quella parte timorosa ma pur riflessiva dei perplessi che le innovazioni sono indispensabili per lo sviluppo di una metropoli mondiale come Roma. Faccio due esempi: il primo è l'Auditorium-Parco della Musica che fino alla vigilia dell'inaugurazione fu bollato come una mostruosità fuori scala, destinato a vivacchiare mezzo vuoto e si è rivelato, invece, uno dei centri culturali più vivacie vissuti della Capitale; il secondoè l'Ara Pacis. Altro oggetto di stupidi insulti che prima del restauro dell'architetto americano Richard Meier nessuno visitava, e che in poco tempo si è trasformato in uno spazio culturale e museale di maggior richiamo della città. Insomma l'innovazione urbana non è solo la moltiplicazione dei computer ma l'intelligente incrocio tra valorizzazione degli antichi reperti e architettura moderna. Certo, pericoli ve ne sono e vanno individuati in tempo. Il primo implica una maggiore ed efficiente opera di vigilanza e sicurezza, per far sì che quello che aspira ad essere il più grande parco archeologico del mondo non si trasformi in una mostruosa discarica a cielo aperto e in un rifugio per vagabondi, coatti e pericolosi frequentatori di spazi abbandonati. Come anche deve essere spietatamente impedita la proliferazione di rivendite, tipo suk. Altrimenti tanto valeva lasciarci i gladiatori in costume. La vigilanza municipale deve sposarsi, a questo e ad altri fini, con la partecipazione organizzata della cittadinanza alla gestione democratica del Parco. Per una Roma sempre più bella.