La domanda potrebbe essere: perché l'Italia è da molti anni ultima o quasi in tutte le classifiche europee che misurano l'investimento nella cultura e nell'industria della creatività? Dovrebbe apparire un fatto strano e invece lo consideriamo scontato. La nazione con la più alta densità al mondo di beni artistici, ambientali, culturali non si avvale del tesoro su cui è seduta. Sarebbe come dire che nel luogo in cui c'è la più intensiva coltivazione di agrumeti si registra un'accentuata carenza di vitamina C tra i suoi abitanti. Manca, probabilmente, la capacità della classe dirigente di considerare quei beni come un vero capitale sociale con cui investire in vero e duraturo sviluppo. Il fatto è che abbiamo per troppo tempo considerato il made in Italy, in senso lato, come una realtà «naturale» e non il prodotto dell'incontro di capacità e cultura. Artigianato, moda, editoria, cucina, design, solo per citare alcuni dei tanti settori di punta a livello planetario, si sono imposti anche perché hanno saputo far leva su percezioni, competenze, sguardi, conoscenze frutto del microcircolo che trasporta la linfa vitale del «sapere italiano» che si forma nelle scuole, nei mille teatri, circoli, mostre, musei, associazioni e siti sparsi nel Paese. Se non si capisce che non sono solo luoghi di svago, ma di produzione immateriale indispensabile anche a quella materiale, allora tutte le realtà avanzate della nostra industria del bello hanno gli anni contati. Dove dilaga la narrazione che l'universo della produzione non ha nulla a che fare con quello della cultura, cominciano fenomeni di deperimento della qualità della vita che ricadono inevitabilmente anche sul tessuto politico e civile del Paese. Scuola, musica, teatro, ambiente, letteratura appaiono un lusso o partecipano a pieno titolo allo sviluppo del Paese. È giunta l'ora di chiederselo in modo brutale per mettere fine alle dichiarazioni pro-cultura che si trasformano in poco tempo in tagli e disinvestimenti. Investire in cultura (che non significa certo distribuire denaro a pioggia) costringe in primo luogo a mettere fine allo sport della contrapposizione tra supposti beni primari e supposti beni voluttuari con cui si vorrebbero trasformare le persone in corpi da nutrire e vestire e a non considerare la chiusura di un teatro storico come un fastidioso, ma non rilevante incidente cittadino. Favorire la rottamazione di elettrodomestici a spese dell'editoria è la sintesi perfetta del pensiero del produttivismo primitivo e senza futuro. Se non s'investe davvero in istruzione, arte, spettacolo, dentro quei frigoriferi e quelle lavatrici nuovi (magari delocalizzati e privati di quella sapienza tecnologica che nasceva dall'incontro di saperi artigiani e intuizione industriale) ci metteremo ben presto solo poveri soft drink e miseri stracci. 12 luglio 2013