Gli esperti: "C'è bisogno di riforme strutturali altrimenti ci saranno altri casi Pompei" L'Italia spende poco per il suo patrimonio culturale, soprattutto se lo rapportiamo alla ricchezza dei beni che abbiamo, il nostro Paese spende solo lo 0,20 del bilancio dello Stato pari a 1.546.779.172 euro. Il ministro dei Beni Culturali Massimo Bray ha denunciato un taglio del 58,2 nei programmi per l'attività di tutela ed ha inviato un documento con i dati preoccupanti alle Camere. I tagli, dal 2000, non si sono mai fermati, come in molte altre voci della spesa dello Stato, ma per la Cultura hanno inciso molto di più anche a causa del forte calo di investimenti privati da parte delle fondazioni bancarie (-18,8 nel 2011). Il problema non sembrano tanto i fondi destinati alla cultura, per esempio la Gran Bretagna spende lo 0,10 del Pil mentre l'Italia lo 0,11. La questione principale sembra essere la struttura manageriale e il come vengono spese queste risorse. Abbiamo chiesto al prof. Fabio Donato, ordinario di Management dei Beni Culturali all'Università di Ferrara e direttore del master in Cultural Management sempre a Ferrara. Inoltre per avere un'opinione dall'estero abbiamo anche intervistato il prof. Giovanni Gasparini, direttore del master in "Art, Law Business" organizzato da Christie's Education a Londra (ci teniamo a precisare che il prof. Gasparini ci offre degli spunti che non riflettono necessariamente le idee di Christie's). Quali sono i principali problemi del sistema dei Beni Culturali in Italia? Il primo problema è che si tratta di un sistema che si fonda sui sussidi pubblici. In un periodo di crisi e di tagli alla spesa dello Stato questo è ancora più evidente. Rispetto al resto dell'Europa, il sistema italiano si basa in percentuale quasi totale sul finanziamento pubblico. Inoltre le fondazioni bancarie, che sono quelle che più spesso fanno da partner all'arte nel nostro Paese, hanno ridotto del 35 i fondi rispetto al 2008, quindi anche quel poco di privato che c'era è ulteriormente calato. A questo punto ci sono due vie. Una è quella di seguire l'attuale modello di management e di governance e resistere finché ad un certo punto collasserà e crollerà. La seconda possibilità è cambiare il modello di governance e il modello di management. Il problema è che non solo non si sta cambiando il modello ma non esiste neanche un dibattito interno sul cambiamento. Il sistema di governance ad oggi è il seguente: ognuno per la sua strada; chi è statale da una parte, chi è regionale dall'altra e chi è comunale dall'altra ancora. Non esiste collaborazione. Il modello di management viene dalle teorie sul new public management di scuola americana. Il problema è che se io applico questo modello al sistema dei beni culturali in Italia non riesco ad avere un pieno successo, perché il modello americano si adatta bene a sistemi che non sono interconnessi e reciprocamente dialoganti, come nel caso del nostro patrimonio culturale. Quindi questo sistema lo snatura, spaccando le relazioni tra i diversi enti ed attori. Dal mio punto di vista il modello di governance dovrebbe essere interconnesso, con una collaborazione costante tra i diversi piani. Il modello di management deve puntare a creare delle masse critiche in ogni associazione o fondazione culturale, per permettere a queste ultime di dialogare con i privati per creare partnership. Finora il museo non fa la partnership perché ha paura di essere mangiato dal privato. Bisogna cambiare tutto perché è un sistema che andava bene 10-15 anni fa, quando i soldi pubblici c'erano per tutti. Quali modelli potrebbero essere importabili o sostenibili in Italia. Dobbiamo smettere di cercare soluzioni altrove. Dobbiamo costruircelo noi il nostro modello, tenendo conto delle nostre esigenze. Ogni paese ha il suo patrimonio culturale ed in base a quello deve decidere come gestirlo e secondo quale modello farlo. I nostri musei sono espressione del territorio e della storia di quel determinato territorio, per questo ci serve un nostro sistema ad hoc. La mia proposta sarebbe quella di creare due principali sezioni di gestione a livello territoriale. Una consiste nelle singole attività culturali, di ricerca o artistiche che rimangono a svolgere le attività core. Tutto il resto lo porto a svolgere un lavoro per tutto il sistema culturale territoriale, facendo anche massa critica, mettendo insieme delle risorse umane, strumentali o tecnologiche in modo da svolgere quelle attività di crowdfunding, comunicazione e quant'altro che in questo caso diventerebbero veramente fruttuose. Non è quindi solo un problema di esiguità dei fondi pubblici. L'altro problema del settore è il non accesso dei giovani che sono capaci e preparati. Noi dopo aver preparato e formato queste professionalità le costringiamo ad andare all'estero, perché in Italia non hanno prospettive visto che non si assume più nessuno nel settore pubblico. Al Louvre è pieno di italiani bravissimi che non hanno avuto opportunità in Italia. Dove si possono reperire i fondi visti la spesa sempre minore dello Stato nel settore? Noi abbiamo rinunciato ad una grande quantità di fondi europei per la Cultura in questi anni. Non siamo riusciti ad ottenerli perché non ci sono stati dei co-finanziamenti locali e delle progettualità che non si è riusciti a sviluppare. Per questo l'UE non ci ha dato i fondi. Il prossimo programma europeo da qui al 2020 che si chiama "Creative Europe" potrebbe essere una fonte di finanziamento importante ma dobbiamo saperla sfruttare e non lasciarla perdere come abbiamo già fatto. Ovviamente ci sono diverse soluzioni ma prima bisognerebbe capire che sistema vogliamo. Se lei fosse ministro dei Beni Culturali quali provvedimenti adotterebbe? Prima cosa passerei dalla gestione individuale dei singoli enti ad una gestione di rete. Il secondo provvedimento sarebbe l'istituzione di progetti ad hoc con il fine di trovare dei partner privati da affiancare a quelli pubblici. Questo punto porterebbe dei vantaggi sia ad una che all'altra parte con un interscambio anche culturale e manageriale. Con questo non voglio dire che si dovrebbero aprire dei fast food nelle aree archeologiche; così sarebbe troppo facile. Non bisogna banalizzare la cosa ma puntare su delle idee e dei prodotti alti per costruire un rapporto da cui traggono beneficio entrambi gli enti.Terzo darei il patrimonio culturale a delle start up innovative gestite da giovani sotto i 35 anni. La cultura italiana vista dall'Estero Intervista al prof. Giovanni Gasparini, direttore del master in "Art, Law Business" organizzato da Christie's Education a Londra. Quali sono i sistemi e i modelli di finanziamento principali al mondo? Al mondo esistono due principali sistemi di gestione dei beni culturali, oltre quello italiano: quello americano e quello europeo. Nel sistema americano il finanziamento pubblico è praticamente assente. Esiste una serie di privilegi e sgravi fiscali per i privati che fanno donazioni. Tutte le strutture sono enti o fondazioni culturali privati, eccezion fatta per lo Smithsonian Institute che è di proprietà dello Stato e quindi ottiene dei finanziamenti da parte del governo americano. Nel sistema europeo i beni artistici fanno parte e sono di proprietà della Nazione e quindi hanno un forte sostegno pubblico. Il sistema inglese si pone a metà strada tra questi due. Questi musei pubblici hanno accesso libero per chiunque voglia visitarli, tranne per le sale destinate ad esposizioni temporanee che vengono da altri musei. Anche in Inghilterra c'è un sistema di detassazione per i privati che fanno donazioni al settore culturale. Questo equilibrio tra fondi pubblici e privati si sta però sbilanciando negli anni, in quanto gli Stati destinano una somma sempre minore nei loro bilanci e per andare avanti i musei e le attività culturali devono riuscire ad ottenere fondi dai privati. I sistemi inglese o americano sono esportabili in Italia? Con quali risultati? Non credo assolutamente. L'Italia ha un problema di evasione fiscale e di tassazione poco serio quindi chi evade continuerebbe ad evadere e il sistema delle donazioni non sarebbe sostenibile o comunque ammonterebbe ad una cifra irrisoria. Quei modelli funzionano se esiste uno Stato e mi sembra che in Italia non sia proprio così. Inoltre ci sarebbe bisogno di un sistema burocratico flessibile e pragmatico mentre in Italia è il contrario. Guardandola dall'estero come è messa l'Italia in promozione e salvaguardia della cultura? Spendiamo poco per la cultura considerando anche il patrimonio che abbiamo? Si potrebbero anche raddoppiare i fondi ma secondo me non cambierebbe moltissimo il risultato. Se si continua a spendere come si fa adesso. La struttura e la gestione dei beni culturali riflette anche il livello politico e culturale del Paese e mi sembra che l'Italia abbia molti problemi non solo in questo settore. Certo andrebbe rivoluzionato e gestito meglio il sistema della Cultura in Italia. Per esempio le attività parallele sono gestite male. Le librerie, i caffè ed i ristoranti vengono sfruttati male ed andrebbero gestiti da addetti specializzati non dai normali addetti museali. Non si può chiedere a chi si occupa di restauro di vendere i gadget. Finora l'idea del Ministero è stata quella di delocalizzare ma questo spesso ha portato a peggiorare invece che a migliorare la situazione, aumentando la spesa. Basti pensare che a Roma ci sono il Maxxi, il Macro e la Galleria d'Arte Moderna ed ognuno dipende da un ente diverso con un aumento di burocratizzazione e costi che a mio avviso è inutile. In Gran Bretagna i direttori dei Musei vengono nominati dal potere politico ma vengono anche licenziati per le loro incompetenze. Il caso di Giovanna Melandri, nominata presidente del Maxxi, non sarebbe possibile in Uk. Un altro problema è quello delle professionalità che spesso vengono mortificate e non gli viene permesso di andare avanti. Il Louvre è pieno di italiani nelle posizioni che contano. Se lei fosse Bray quali sarebbero i primi tre interventi che metterebbe in atto? Innanzitutto una legislazione che permetta un maggior afflusso di donazioni private, quindi sgravi ed incentivi fiscali per chi dona ed investe in cultura. Snellire la burocrazia e quindi anche tutti i problemi connessi con il Titolo V della Costituzione sulle autonomie locali. Riorganizzare tutto il sistema con degli interventi strutturali che in realtà riguardano tutti i settori pubblici dello Stato e che riguardano tutto il Paese. Adesso il ministro si trova in una situazione davvero complicata, usando una metafora è come un uomo che cerca di tappare la falla di una diga con le dita delle proprie mani. I finanziamenti pubblici non sono sufficienti, quelli privati sono difficili da raggiungere ed in alcuni casi limitati, la burocrazia blocca tutto. Il sistema italiano è al limite ed è ad un livello critico. Basti pensare a Pompei. Siamo al punto in cui viene messa in dubbio la stessa salvaguardia perché non si hanno le capacità o le risorse per farla. Se continuerà così però non avremo più nulla da far vedere in futuro. Dobbiamo fare un cambiamento radicale ed al più presto, anche se mi rendo conto che non è semplice. Il problema è che per adesso non c'è neanche discussione all'interno dell'ambiente su cosa fare, quale modello seguire e che direzione prendere.
www.lindro.it
11 Luglio 2013
Beni Culturali: necessario riformare il sistema
FR
Francesco Tromba
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Artista / Persona
Bene culturale
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