Tra le pieghe del diritto c'è un memento che ha il sapore del richiamo etico: il saccheggio ai Girolamini è «un'ulteriore insanabile ferita inferta alla città di Napoli, alla sua immagine e alla sua cultura, che colpisce a morte una delle sue straordinarie eccellenze». Così scrive il gup Egle Pilla nelle motivazioni della sentenza con cui il 15 marzo scorso ha condannato a 7 anni di reclusione sei persone, tra le quali l'ex direttore della biblioteca, Marino Massimo De Caro, in carica fino al 19 aprile scorso, quando aveva annunciato la sua autosospensione dall'incarico. Dalla storica collezione di libri sono stati trafugati tra il 2011 e il 2012 migliaia di volumi. Secondo le motivazioni della sentenza, De Caro (per il quale l'accusa aveva chiesto dieci anni) agì in modo «brutale» nei confronti degli antichi volumi e «non nutre alcun amore e alcun rispetto per i libri», a differenza di quanto lo stesso De Caro ha spesso dichiarato. «La spoliazione e la devastazione perpetrate - osserva ancora il gup - rappresentano un vero e proprio tradimento di De Caro nei confronti di chi aveva avuto fiducia in lui. Un tradimento della missione culturale alla quale era stato chiamato, della tradizione culturale napoletana nonché della storia delle biblioteche», argomenta il giudice, che sottolinea poi lo «stridente contrasto» tra i fatti acclarati nel corso del processo e le dichiarazioni più volte rese dall'ex direttore, in particolare alla Conferenza nazionale dei direttori delle biblioteche pubbliche statali che si svolse a Napoli il 19 e il 20 maggio del 2011. In quella circostanza, riferendosi ai volumi custoditi nelle biblioteche, De Caro affermò: «Dobbiamo far sì che più persone possibile possano confrontarsi con questi oggetti e allo stesso tempo tutelarli e lasciarli alle nuove generazioni». Parole che suonano quanto meno stonate se si pensa a quello che la magistratura ha rilevato successivamente. Secondo il gip di Napoli, infatti, le cinque persone arrestate a maggio dai carabinieri per la tutela del Patrimonio artistico «si appropriavano di manoscritti, volumi e beni costituenti il patrimonio librario» della biblioteca Girolamini con «più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso». Colpi che avrebbero sottratto alla struttura ben 257 volumi. Per la Procura di Napoli, Massimo De Caro, nella sua qualità di direttore della Biblioteca statale oratoriale annessa al Monumento nazionale dei Girolamini e Sandro Marsano, nella sua qualità di Conservatore della Biblioteca e sottoposto a indagini, con Eloy Alejandro Cabello, Viktoriya Pavlovskiy, Abel Cesar Cabello e Paola Lorena Weigandt, «quali collaboratori personali di De Caro, si appropriavano di manoscritti e di altri beni con condotte realizzate dopo aver acquisito il sostanziale controllo dei luoghi adibiti alla custodia dei beni librari e una pressoché assoluta libertà di movimento all'interno dei medesimi in capo anche a soggetti estranei all'amministrazione pubblica e alla congregazione religiosa». Il tutto, scrive il procuratore aggiunto Giovanni Melillo, determinando ad una biblioteca «gravemente e forse irrimediabilmente smembrata e mutilata» un «danno patrimoniale allo stato non ancora determinabile, ma di ingente quantità». Anche la procura di Firenze ha indagato per corruzione De Caro e, con lui, il senatore Marcello dell'Utri, che secondo l'accusa «sfruttando il suo ruolo istituzionale» avrebbe «favorito, con la collaborazione di De Caro, gli interessi degli imprenditori russi Viktor Vekselberg e Igor Akhmerov, operanti in Italia nel settore delle risorse energetiche». da. ce.