Purtroppo non è solo Pompei a trovarsi in uno stato di degrado tale che l'Unesco ha dovuto intimarci di porvi rimedio al più presto affinché uno dei simboli d'Italia non venga cancellato dal novero dei patrimoni dell'umanità. Altri nostri siti archeologici che si fregiano del riconoscimento corrono lo stesso rischio se non si darà loro entro breve un assetto decoroso e sicuro per scongiurare il deterioramento. Tutto il nostro patrimonio storico-artistico versa da decenni, salvo alcune encomiabili eccezioni, in condizioni desolanti o comunque anomale rispetto agli standard di altri Paesi europei. Molte le cause: incuria o insipienza dei poteri pubblici, inezia di enti locali contro l'abusivismo o interminabili procedure della burocrazia, assenza o insufficienza di misure preventive contro guasti e vandalismi, ma anche scarso spirito civico e poco rispetto delle regole. È mancata una rigorosa normativa legislativa e un'efficace strategia per proteggere e valorizzare il patrimonio. Un tesoro formidabile che costituisce un prezioso bene pubblico. A questo riguardo, si stanno scontando, non da oggi, le conseguenze di una carenza improvvida e deplorevole di investimenti necessari per garantire sistemi di vigilanza e opere di restauro e manutenzione, il reclutamento e la formazione degli addetti alla gestione e al funzionamento degli enti. La situazione è andata peggiorando, malgrado le promesse. Il dicastero dei Beni culturali, che viene considerato, a ogni cambio di governo, una sorta di cenerentola nella spartizione degli incarichi ministeriali e l'ultima ruota del carro nella destinazione delle risorse, ha subìto una progressiva decurtazione dei già scarsi fondi, sino a due terzi del loro ammontare rispetto al 2008. E deve arrabattarsi per avviare o completare i lavori nei cantieri, coprire i vuoti negli organici e assicurare l'adempimento dei compiti di tutela. È vero che alcune misure (come una più razionale distribuzione del personale, eccedente in alcuni casi e carente in altri, il rinnovo dei contratti di lavoro da tempo scaduti e all'origine di agitazioni sindacali, e norme più incisive a presidio della congruità e della trasparenza degli appalti) potrebbero contribuire ad alleviare uno stato di cose penoso. Ma tanti sono i nodi di ordine strutturale da sciogliere e talmente grave è la situazione d'emergenza venutasi a creare che si sono persi nel 2012 4 milioni di visitatori ai nostri musei rispetto all'anno prima, e che l'Italia è retrocessa al 26 posto nella graduatoria della competitività turistica. Perciò è ormai indispensabile un piano organico di interventi per evitare un ulteriore declassamento dei nostri beni culturali e per rilanciarne le potenzialità e l'immagine a livello internazionale. È quanto Il Sole 24 Ore, che da due anni s'è proposto col Manifesto per la cultura di sensibilizzare l'opinione pubblica, continua a sostenere per la messa in sicurezza e una più intensa valorizzazione di quanto la storia e l'opera di intere generazioni ci hanno lasciato in eredità. Poiché il patrimonio artistico-culturale che possediamo è non solo un cardine della nostra identità nazionale ma un fattore eminente di qualità civile e di sviluppo.
Piani organici dopo troppe promesse
L'Unesco ha avvertito l'Italia di porre rimedio al degrado dei suoi siti archeologici, tra cui Pompei, per evitare di cancellarli dal novero dei patrimoni dell'umanità. Il patrimonio storico-artistico italiano è in condizioni desolate rispetto agli standard europei. Le cause sono molteplici, tra cui l'incuria dei poteri pubblici, l'inesperienza degli enti locali e la burocrazia lenta. La situazione è peggiorata, nonostante le promesse. Il dicastero dei Beni culturali ha subìto una decurtazione dei fondi e deve affrontare problemi di personale e organici.
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