Quel ramo del lago di Como I progetti e le opere di uno dei protagonisti del razionalismo lombardo La prima monografia completa, curata da Chiara Baglione e Elisabetta Susani per Skira, sull'opera di Pietro Lingeri ripara in parte la «dissatenzione» nei confronti dell'architetto che, insieme a Giuseppe Terragni, contribuì ad affermare in Italia il nuovo linguaggio dell'architettura moderna, i principi dell'architettura razionalista. In un rapporto di tormentata e altalenante collaborazione E'stata una giusta iniziativa quella della redazione di «L'architettura - cronache e storia» di ripubblicare il numero 153 della rivista dedicato interamente all'opera di Giuseppe Terragni. Era il 1968 quando Bruno Zevi decise di «ripensare» il maestro del Razionalismo italiano dedicandogli un fascicolo della sua rivista che uscì in luglio con un'icastica copertina bianca con su scritto «Omaggio a Terragni» a caratteri maiuscoli, neri. L'uscita di questo fascicolo anastatico è l'iniziativa più lodevole per celebrare il centenario della nascita di Terragni ormai volto al termine. E' certo più significativa dello sfoggio editoriale dell'Atlante Terragni (Skira, 2004), curato dal comitato che lo scorso anno ha improvvisato le celebrazioni per l'architetto comasco e per un verso integrativa del lavoro critico dell'architetto americano Peter Eisenman che con la pubblicazione di Giuseppe Terragni, Trasformations Decompositions Critiques (Monacelli Press, 2003) ha concluso la sua quarantennale e intensa ricerca sull'opera di questo esemplare interprete della modernità. Nell'indicare la «carica contestativa» del movimento moderno, Zevi incitava, nell'editoriale di quel fascicolo monografico, a reinvestire nei valori di quella «minoranza» di intellettuali che «seppe opporsi alla retorica, alla corruzione, al commercialismo riscattando in extremis la cultura italiana dal disfacimento totale» sotto il fascismo. La critica di Zevi non ambiva ad alcuna attualizzazione del linguaggio razionalista ma auspicava una «spregiudicata riflessione autocritica» per cancellare l'«inespressività» della produzione architettonica italiana del dopoguerra. Zevi non sarebbe mai riuscito a concludere l'oeuvre complète su Terragni che pensava di realizzare dopo un «ulteriore scavo filologico e critico». Avrebbero pensato a farlo altri studiosi e secondo criteri, se non «operativi» quanto quelli che si prefiggeva Zevi, almeno adeguati a valutare criticamente figure e temi dell'architettura italiana tra le due guerre. Infatti, intorno alle questioni che hanno riguardato quegli anni, non si è mai interrotto l'approfondimento storiografico anche se non ha determinato quell'innalzamento della qualità architettonica che si prefigurava Zevi e con lui molti altri: troppi, infatti, i compromessi, le «fughe dal reale» o le «dissipazioni formali». Anni Trenta Un aspetto di questa «dissipazione» è la negligenza di avere dimenticato Pietro Lingeri (1894-1968) in occasione delle celebrazioni su Terragni: non fosse altro perché insieme parteciparono alle molte battaglie culturali per affermare il nuovo linguaggio dell'architettura moderna condividendo progetti di grande qualità e significato. La monografia a cura di Chiara Baglione e Elisabetta Susani su Lingeri (Electa, 408 pagine, 700 illustrazioni, 93) ripara in parte questa disattenzione. Attraverso il materiale archivistico sopravvissuto alla guerra è stata ricostruita con accuratezza l'opera del «maestro comacino». Dagli studi all'Accademia di Brera ai progetti milanesi e comaschi degli anni trenta e quaranta fino agli interventi della ricostruzione postbellica degli anni cinquanta. Il ritratto che ne esce fuori è quello di un professionista abile, competente sul piano tecnico e capace nel mediare soluzioni e proposte tra committenti privati e pubblici ma soprattutto, nell'anteguerra, tra Terragni e l'ambiente degli architetti milanesi. Gli «anni difficili» con l'architetto comasco sono quelli tra il 1938 e il 1940, quando Lingeri e Figini ottengono l'incarico per la nuova sede di Brera e coinvolgono nella sua elaborazione Terragni e Pollini. Il progetto verrà bocciato dalle autorità nonostante tutti si adoperino per salvarlo tranne Terragni che verrà per questo accusato di immobilismo. La «lacerante spaccatura» si svolge sulla scena di importanti appuntamenti (l'esposizione a Roma dell'E.42 e il concorso per il Palazzo del Littorio), si nutre della furiosa polemica sulla Casa del Fascio di Como - plagio per alcuni di architetture d'oltralpe - e delle divergenze all'interno della rivista «Quadrante» e del Gruppo 7 (la formazione che nel 1926 raccolse oltre a Terragni, Figini e Pollini, Larco, Libera, Frette e Rava). Al di là dei propositi, che in nome dell'architettura razionale richiedevano il «sacrificio della propria personalità», i risultati furono l'opposto di quanto postulato. L'unità di intenti tra i giovani razionalisti fu il sogno di un momento. Dopo la I Mostra dell'architettura razionale a Roma del 1928 ma soprattutto nel 1931, alla sua seconda edizione, quel sogno si infranse davanti al «tavolo degli orrori»: rappresentazione delle brutture architettoniche del regime. Il trasformismo accademico e l'opportunismo corporativo seppe bene neutralizzare le spinte «rivoluzionarie» e di rinnovamento assimilando i «ribelli» razionalisti nell'«esperimento moderno» di Marcello Piacentini della città universitaria di Roma. Lingeri, che esordì all'esposizione romana del 1931 con quattro opere, tra cui la sede dell'Associazione Motonautica Italiana Lario (1927-31), partecipa con Terragni alla polemica anti-piacentiniana ma di lì a qualche anno si muoverà verso un percorso indipendente e alla ricerca sia della legittimazione istituzionale sia del consenso dell'«ambiente milanese» necessari per rendere esecutivi non solo la nuova sede di Brera e la sede del Palazzo del Sindacato fascista a Como, ma soprattutto il Danteum, il «tempio» dedicato a Dante da erigersi sulla via dell'Impero. Fino a oggi i tre progetti vedevano insieme Lingeri e Terragni ma nel suo meticoloso saggio Paolo Nicoloso mette in dubbio per il Danteum il «contributo» di quest'ultimo e Elena Lingeri si spinge oltre, affermando con certezza la paternità al solo Lingeri. Le tavole del Danteum furono esposte alla Triennale nel convegno a lui dedicato nel 1994 dall'Ordine degli Architetti milanesi in occasione della giornata di studio a lui dedicata. Tra i tanti interventi vi fu quello di Alberto Sartoris: un protagonista e un testimone d'eccezione del sodalizio tra i due comaschi. Sartoris sottolineò come la «magia poetica di Lingeri si avvale della forza irreversibile della concezione di Terragni» e come quest'ultimo, «genio prorompente», non avesse bisogno di collaborazioni perché «fu sempre il compositore e capo d'orchestra». Per rendersi conto di questa verità è sufficiente mettere a confronto la villa Bianca a Seveso (1936-37) di Terragni con la villa Leoni a Ossuccio (1938-44) a Como di Lingeri. Nella prima il volume è infranto da asole ed elementi aggiunti (scala e altana) che creano un'immagine di una «liricità che rasenta un grado metafisico» (Zevi), nella seconda ogni effetto «dissonante» è evitato per un organismo simmetrico incorniciato da muri e setti in pietra, con tetto a falda, per nulla «altro da sé» bensì radicato al contesto e alle pratiche costruttive del luogo. D'altronde non si rende meno «eroica» la storia ricercando la «responsabilità che fu di molti» invece che di pochi, rincorrendo tesi di attribuzioni. E' piuttosto nella generale valutazione di un percorso professionale che si stabiliscono gerarchie e valori. Allora quella di Lingeri rientra in quella comune di tutta una generazione che durante il fascismo credette, illudendosi, nella «rivoluzione in atto» e poi, nel dopoguerra, evase nell'eclettismo formalista senza programmi e contenuti. Espressioni della rinuncia ad assumere un giudizio critico sulla ricostruzione speculativa di Milano sono i condomini di via Melchiorre Gioia (1949-51) e di via Padova (1953-63), ben altro che una semplice «cristallizzazione» di volumi e facciate come li definisce Massimiliano Savorra descrivendo l'intensa attività progettuale di Lingeri negli anni 50. I suoi blocchi serrati a differente altezza diventeranno la cifra stilistica della composizione volumetrica di numerose lottizzazioni che possiamo definire anche «prosa costruttiva» (Irace) ma funzionalissima soprattutto alle società immobiliari. Cavallo di Troia Scrisse Giovanni Klaus Koening che se «riflettiamo un poco, ci accorgiamo di quanto il razionalismo sia stato il Cavallo di Troia della speculazione edilizia». Il critico toscano dalle pagine della zeviana «L'architettura» avvertiva negli anni sessanta del «trucco urbanistico» prodotto di una opportunistica adesione all'architettura del razionalismo: ormai consumato senza essere rivitalizzato tanto da non comunicare più nulla. Nella frenetica corsa della ricostruzione la sua semplicità formale e spaziale si prestava, ridotta a «stile», a essere imitata da tutti talmente era depurata della sua carica semantica, cioè dei suoi contenuti e dei suoi caratteri simbolici. Lingeri, come Terragni, è stato un primo attore del razionalismo italiano ma nel dopoguerra è colto da una involuzione creativa comune ad altri protagonisti della nostra architettura moderna tragicamente sopravvissuti alla guerra e chiamati a riedificare le loro città distrutte. Dai progetti popolari per l'Ina-Casa (quartiere QT8, Milano, 1949-51; Monte Olimpino, Como, 1956-60; quartiere Vialba, Milano, 1956-64) alle sedi di importanti società industriali e finanziarie milanesi (uffici «De Angeli Frua», Milano, 1946-65; uffici «La Centrale» a Milano, 1954-57) il rigore formale e funzionale del razionalismo è disperso, sostituito da schemi planimetrici rigidi ma ben collaudati che ci restituiscono prospetti in cui il telaio strutturale serve per soluzioni parietali ogni volta diverse ma «neutre» e inespressive della spazialità interna. Nella relazione al concorso di secondo grado per il Palazzo dei Congressi dell'E.42 (1938) Terragni, Lingeri e Cattaneo con il loro progetto auspicavano la «creazione di forme plastiche elementari di assoluto valore geometrico» tali da affermare la «causa» dell'architettura moderna, «sintesi e superamento» del «movimento rivoluzionario» fascista. La sconfitta di quel progetto, come le altre «occasioni perdute» elencate da Giuseppe Pagano su «Costruzioni-Casabella» nel 1941, sono l'epilogo di una stagione sulla quale è importante continuare a riflettere. Siamo consapevoli, infatti, delle difficili scelte che architetti, prima «chierici» e poi «professionisti», hanno vissuto per fare avanzare le loro proposte nella minorità culturale e sociale delle classi politiche, ostili o indifferenti, alle questioni e ai temi concreti dell'architettura e della città.