Favorire gli investimenti dei privati nell'industria culturale e introdurre la detraibilità fiscale delle spese per la frequentazione di musei, teatri, concerti e formazione artistica e musicale. Sono solo due delle proposte che il presidente di Federculture, Roberto Grossi, ha lanciato ieri durante l'assemblea annuale della cultura, al presenza del ministro dei Beni e Attività Culturali, Massimo Bray, e del ministro del Lavoro e Politiche Sociali, Enrico Giovannini. Possibili risposte ai dati drammatici messi in luce dal Rapporto Annuale 2013 do Federculture, che raccontano di un'Italia che «crede sempre di meno nella sua vocazione artistica e culturale» e che, dopo il progressivo taglio delle risorse, registra «il primo calo nella spesa per cultura e ricreazione da parte delle famiglie italiane (-4,4) dopo oltre un decennio di crescita costante». I dati sulla fruizione culturale sono negativi in tutti i settori ed è una novità: -8,2 il teatro, -7,3 il cinema, -8,7 i concerti, -5,7 musei e mostre. Non solo: in un solo anno i musei statali perdono circa il 10 dei visitatori (da 40 a 36 milioni, poco più di quelli entrati nei soli musei londinesi). «Allo stesso tempo denuncia Federculture diminuiscono gli investimenti»: secondo il rapporto solo da parte dei Comuni in un anno è stato tagliato l'11 delle risorse, mentre le sponsorizzazioni private sono scese del 42 rispetto al 2008: questo ha portato il settore pubblico ad investire "solo" 6,2 milioni su Triennale di Milano e Maxxi di Roma, contro i 42,3 milioni che in Spagna si spendono per il Reina Sofia di Madrid, gli 85,5 per British Museum di Londra e i 100 per il Louvre di Parigi. «Un disastro economico» che riguarda anche la poca appetibilità del prodotto-Italia, se è vero che, sempre secondo il rapporto, «le nostre città perdono competitività turistica: nel Country Brand Index 2013 crolliamo al 15 posto». Tre i casi sintomatici di «cattiva gestione», secondo Grossi. La preparazione "provinciale" all'Expo di Milano 2015, che «ci vede affrontare questo evento universale non come sistema-Paese ma come se fosse solo una questione milanese»; poi l'emergenza degli scavi archeologici di Pompei che «rischiano di uscire dal patrimonio Unesco: degli oltre 105 milioni di euro a disposizione finora ne sono stati spesi solo 10 milioni»; infine L'Aquila, dove «dopo 4 anni è ancora tutto fermo». Anche il ministro Bray è convinto si debba invertire la tendenza: «Serve un maggior coordinamento - ha spiegato - fra il Ministero e le Regioni e dobbiamo rilanciare il marchio Italia. L'apporto dei privati può essere importante, ma all'interno di regole chiare: bisogna fare network e creare una nuova sensibilità. Bisogna interrompere la delegittimazione del settore, secondo cui "con la cultura non si mangia", perché è vero il contrario». Discorso a parte la questione occupazione. Grossi è tornato a chiedere di «promuovere il lavoro giovanile con un piano per l'occupazione culturale», visto il forte numero di giovani laureati che scappano all'estero (l'ultimo esempio è quello del napoletano Francesco Manacorda, diventato direttore della Tate Liverpool). «Il decreto lavoro - ha cercato di rispondere il ministro Giovannini - ci permette oggi di programmare il rafforzamento della qualità capitale umano, di finanziare con 80 milioni le iniziative del terzo settore e di promuovere la formazioni di nuovi operatori nel settore del "petrolio italiano"».