Qualche giorno fa ebbi a scrivere un articolo su l'Unità Toscana in cui lamentavo come in ogni spazio culturale che in città chiudeva come nel caso della libreria Edison che sarà soppiantata dal feltrinelliano Red (read, eat dream) vi si sostituisse un ristorante come se a Firenze la sola attività degna di nota e di impresa fosse mangiare bere. La vicenda dell'affitto di Ponte Vecchio alla Ferrari per una serata parla anche di questo. Sì, perché non è un dettaglio il fatto che su Ponte Vecchio la società di Maranello non ha portato un nuovo modello per farci, che so, un set fotografico e mostrare la continuità fra la manifattura del XIV secolo e il nostro XXI, bensì per una banalissima cena esclusiva. Di nuovo, mangiare e bere. Il punto è proprio qui: a cosa servono i beni culturali? O meglio, qual è la loro funzione nella società contemporanea? Nel discorso comune su di essi, appaiono avere qualche rilievo solo se fruttano soldi (da qui le insopportabili e volgari metafore della cultura come "petrolio") e non sono considerati in quanto valori in sé. La loro utilità non può consistere in un ruolo ancillare dell'economia. Viceversa i beni culturali devono servire alla crescita civile della comunità, secondo il dettato della nostra Costituzione, svolgendo quindi una funzione pubblica. Ciò, a mio avviso, non esclude affatto un ruolo di soggetti privati nel campo dei beni culturali, ma la condizione è che concorrano a questa finalità e che i "ritorni" a loro favore non siano in contrasto con essa. Non vi è niente di ideologico in ciò (a meno di non considerare la Costituzione un vetusto ammasso di cianfrusaglie ideologiche e non vi è chi non lo pensi), né di utopico. Tanto è che in diversi paesi del mondo vi sono imprese che legano il loro nome a importanti musei o beni culturali senza pretendere di ricavarci denaro né soprattutto di farne un uso esclusivo. Abbiamo esempi anglosassoni in cui agli amici di questo o quel museo sono riservati eventi o facilities a fronte di erogazioni liberali o corrispettivi in denaro, ma questo mai esclude il pubblico accesso al museo. Ma il punto centrale è quale operazione culturale vi è in iniziative del genere e, inutile dirlo, perché operazione culturale vi sia occorre che i responsabili dei beni abbiano questa visione e questa priorità ben ficcata nella propria agenda. E' così in Italia? E' stato così nel caso di Ponte Vecchio a Firenze? Direi sicuramente di no. Dei 120 mila euro entrati nelle casse di palazzo Vecchio, solo 20 mila sono andati ad un restauro (ma quale? chi lo ha scelto e in base a quale criterio?): cosa ne è degli altri 100 mila? Un'operazione culturale aggiunge qualcosa alla conoscenza e alla consapevolezza di un bene nella cittadinanza o nella comunità scientifica: cosa ha aggiunto la cena di Montezemolo? Si è trattato di rendita di posizione, cioè qualcosa di statico e legato solo alla posizione del ponte in quel punto di questa città cui Ferrari niente aggiunge. Discutiamo, allora, in modo serio della funzione civica dei beni culturali che, una volta riconosciuta davvero, potrà dettare altre priorità nell'indirizzo di risorse pubbliche (in tale ottica più utili qui che, ad esempio, sugli F-35) che potranno attrarre e indirizzare correttamente anche risorse private, non sostitutive né corruttrici.
PONTE VECCHIO E FERRARI LA CULTURA NON C'ENTRA
Un articolo di giornale lamenta la mancanza di utilità dei beni culturali nella società contemporanea. Secondo l'autore, i beni culturali non devono essere solo fonte di entrate economiche, ma devono servire alla crescita civile della comunità. L'autore cita l'esempio di Ponte Vecchio a Firenze, dove la società Ferrari ha affittato il ponte per una cena esclusiva, senza presentare un nuovo modello o un set fotografico per mostrare la continuità con il passato. L'autore sostiene che i beni culturali devono essere utilizzati per promuovere la conoscenza e la consapevolezza, e non solo per rendere entrate economiche.
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