Un libro con la direttrice del museo di Vetulonia e un concerto con Francesco Landucci musicologo che ricostruisce gli antichi strumenti di Filippo Figone La musica come chiave per conoscere il passato. Ad esempio la civiltà degli Etruschi, il popolo nella cui storia affondano le nostre radici, che è sempre arrivata a noi in modo frammentario. Grazie a un recente studio che il sassofonista toscano Stefano Cocco Cantini ha condotto con l'etruscologa Simona Rafanelli, possiamo riconoscere la loro come la civiltà più musicale dell'antichità. E pensare che questo popolo è rimasto per noi completamente "muto" a causa dell'assenza di documenti scritti dell'epoca, lasciandoci solo testimonianze iconografiche. Lo studio della musica antica è diventato una disciplina scientifica chiamata archeomusicologia, ma finora le sue ricerche si sono limitate al vicino oriente e alla cultura greca e romana. È la prima volta dunque che un musicista (non un musicologo) e una etruscologa hanno condotto uno studio filologico, sfociato in una serie di conferenze spettacolo per l'Italia e in un libro appena uscito: "La musica perduta degli Etruschi" (ed. Colordesoli). «L'idea è nata nell'estate del 2011 durante la presentazione del libro dedicato al mondo femminile "Etruschi il privilegio della bellezza" - ricorda la studiosa, direttore del museo archeologico di Vetulonia -. Era presente Stefano che attaccò un battibecco con me, tanto coinvolgente da portarci a intraprendere questa ricerca». Stefano - ovvero il sassofonista e jazzista Cocco Cantini (collaborazioni illustri alle spalle come con Chet Baker, Petrucciani, Antonello Salis, Ares Tavolazzi, Paolo Fresu, Stefano Bollani e altri) - aggiunge a sua volta che «ipotizzare la musica suonata dagli Etruschi è molto difficile e presuntuoso, ma non sapendo che cosa suonassero con certezza, dobbiamo capire quel che davvero non potevano suonare». Cantini nell'ambito della rassegna Musicastrada ha suonato in una conferenza spettacolo a Pisa sulla spiaggia dell'Arno ad Argini e Margini nei giorni scorsi insieme a Francesco Landucci, ricercatore musicale che ha svolto uno studio parallelo sulla musica etrusca. Una serata che si intitolava Sonata di Mare, tra world music e jazz in cui Landucci suonava gli strumenti che aveva ricostruito ispirandosi agli etruschi e con i quali ha realizzato il cd "Etrurian Imaginary Sounds". «Sappiamo che gli Etruschi - spiega Cantini - usavano gli stessi "modi" dei greci, che fanno parte ancora oggi del linguaggio musicale e sono fondamentali nel jazz e nello studio di ogni strumento». Di questi si conoscono i nomi: Ionico, Dorico, Frigio, Lidio, Misolidio, Eolio e Locrio o Ipofrigio. «E come riportato da Aristotele e Platone - continua - ogni modo ha il suo colore musicale ed era usato in occasioni precise: il dorico, solenne e fermo per la guerra e per ogni azione violenta, il frigio, spontaneo e suadente, era proprio di azione pacifiche e non violente». «A distanza di oltre duemila anni, - spiega Cantini - io percepisco le medesime emozioni. Gli Etruschi suonavano già degli antenati della attuale tromba (naturalmente priva di pistoni) e furono grandi innovatori degli strumenti a fiato. La città di Tarquinia, ad esempio, sarebbe il luogo di nascita del lituo, che i Greci chiamavano appunto sàlpinx tirrenico». Simona Rafanelli che oltre a dirigere il museo civico è ispettore onorario del Ministero dei Beni Culturali per Castiglione della Pescaia prosegue entusiasta: «I musicisti nella società erano professionisti molto rispettati. Gli Etruschi come i Greci consideravano la musica elemento imprescindibile per l'educazione dei giovani ma c'era una differenza nei vari strumenti». In Grecia, per esempio, veniva privilegiata la cetra di Apollo come simbolo di ordine e razionalità, il flauto, attribuito a Dioniso, dio del vino, dell'ebbrezza e del disordine, era bandito dall'insegnamento mentre tra gli Etruschi tale strumento era tenuto in ben altra considerazione. Anzi, il suo volume sonoro era usato per coinvolgere il popolo nei riti e nella vita quotidiana. Nell'antica Etruria la musica permeava ogni momento della vita, con il canto e la danza era presente nelle cerimonie religiose, nello sport, nei simposi, nelle feste, i matrimoni e le cerimonie funebri, l'intrattenimento domestico, il corteggiamento e perfino nelle contese politiche. Dice Cantini: «Etruschi e Greci conoscevano la respirazione circolare, una tecnica antichissima che permetteva di ottenere un suono continuo ed ipnotico, usata anche dagli aborigeni australiani per suonare il didgeridoo». «Per una strana coincidenza - conclude - l'Italia ancora oggi propone moltissimi tra i più grandi musicisti nel settore dei fiati o sarà forse per un antico retaggio biologico-culturale?»
Trombe e flauti, così suonavano gli Etruschi
Un libro e un concerto hanno portato alla luce la musica degli Etruschi, una civiltà che è rimasta "muto" a causa dell'assenza di documenti scritti. Un musicista e un etruscologa hanno condotto uno studio filologico per ricostruire la musica degli Etruschi. Il libro "La musica perduta degli Etruschi" e il concerto "Sonata di Mare" hanno presentato i risultati di questo studio. Gli Etruschi usavano gli stessi "modi" dei greci, che sono ancora oggi fondamentali nel jazz e nello studio di ogni strumento.
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