L'ormai famigerato "Decreto semplificazioni" semplifica la vita a chi vede nel patrimonio artistico italiano un gigantesco giacimento petrolifero da trivellare. Echeggiando una proposta lanciata da Domenico Scilipoti e ripresa dai Saggi del Quirinale, un articolo introduce nel Codice dei Beni culturali la possibilità di noleggiare, per 20 anni e "dietro pagamento", a musei stranieri le opere d'arte "non esposte alla pubblica fruizione in Italia". È una norma pericolosa, perché ributta nel circuito commerciale opere d'arte che ne erano faticosamente uscite, approdando ai musei. Proprio come Totò che vende la Fontana di Trevi, proviamo a far soldi con opere che non ci appartengono, perché non le abbiamo create noi, ma i nostri padri: e delle quali siamo solo custodi, dovendole trasmettere ai nostri figli. E invece è chiaro che siamo ormai all'anticamera dell'alienazione. Il messaggio culturale è ancora più devastante, giacché lo Stato incoraggia il più commerciale consumismo anche in campo artistico: l'identità italiana è a disposizione di chi paga di più. La storia dell'arte come escort, insomma. E suona a morto anche per i nostri giovani archeologi e storici dell'arte: fino a ora le opere d'arte si muovevano per produrre conoscenza e cultura, e le mostre dovevano avere (almeno in teoria) un progetto scientifico e un fine educativo. Ora non più: per gestire questo mega-catering di arte italiana del passato non occorreranno ricercatori, basteranno i ragionieri. Del resto, chi ha avuto questa bella pensata non sa cosa sia un deposito di un museo. Le opere temporaneamente non esposte costituiscono con quelle esposte, con quelle ancora radicate sul territorio, nelle chiese o nei palazzi, e addirittura col paesaggio e con l'ambiente un unico, indivisibile organismo che si capisce solo venendo in Italia. E visto che i potenziali clienti sono sostanzialmente i cinesi o gli arabi, dubito che vorranno noleggiare maestri ignoti anche agli stessi italiani: e dunque si scatenerà una forte pressione politica perché i direttori ritirino dalle sale opere di artisti celebri, per poterle poi affittare. Senza contare che se avessimo approvato questa norma cento anni fa, avremmo noleggiato quasi tutti i nostri Caravaggio, allora ancora non studiati ed esposti. Un auto-goal clamoroso che il Parlamento è ancora in tempo a cancellare.