L'UNESCO ha capovolto la clessidra e i granelli di sabbia vengono giù come i mattoni delle domus che muoiono di degrado. Sei mesi per salvare Pompei, 180 giorni per dare corpo al piano di recupero rimasto in soffitta per 16 anni. Dentro o fuori dalla lista "danger", l'elenco di tesori che la commissione mondiale depenna dal patrimonio dell'umanità per cattiva conservazione. Pompei rischia grosso. Così come Ercolano, Oplonti e Stabia inchiodate da un dossier di 87 pagine che racconta come si sbriciola la storia. Ogni paletto che pianta Giovanni Puglisi, presidente della commissione nazionale Unesco, ha una data. Entro il 31 dicembre 2013 «il governo deve adottare misure idonee a rilanciare il patrimonio archeologico di Pompei». Entro il primo febbraio 2014 «l'Unesco valuterà i risultati in vista del prossimo comitato mondiale». È come essere ai tempi supplementari, uno strappo alla regola concesso per rispetto al sito archeologico più visitato al mondo. In realtà, il dossier degli studiosi è impietoso e basterebbe già a condannare Pompei. Non discuterlo alla commissione mondiale in Cambogia è stato un favore concesso all'Italia. Già, perché come precisa Puglisi, «il governo è a conoscenza di tutti gli appunti mossi dall'Unesco» e sa anche che l'Italia ha esaurito ogni linea di credito. Quattro accessi tra dicembre e gennaio, quindi il verdetto-choc degli esperti. «Pompei è ostaggio dell'abbandono », e giù una lunga lista di carenze strutturali. «Infiltrazioni d'acqua, danni ai mosaici e alle pitture, strutture pericolanti, addirittura costruzioni improprie e abusive nelle zone a ridosso dei siti archeologici». Anche la carenza di personale è elencata tra gli indici di «cattiva gestione»: 138 custodi per 640 mila metri quadrati. Secondo i sindacati ne servirebbero 380 per vigilare su 1.500 strutture, 12 mila metri quadrati di mosaici e 18 mila di affreschi. La situazione è drammatica, dice il presidente dell'Osservatorio patrimonio culturale, Antonio Irlando. «Qui regnano degrado e cattiva gestione, noi urliamo da anni ma nessuno ci ascolta. Il cartellino giallo è un regalo perché se non fosse per le ripercussioni economiche mondiali, Pompei sarebbe già fuori dall'Unesco». Le criticità ora sono nero su bianco. Gli esperti hanno segnalato preoccupazioni per nuovi crolli, hanno identificato altre 13 case a rischio, hanno sottolineato lo scandalo delle domus negate al pubblico: 24 per mancanza di personale di vigilanza, altre 26 per inagibilità o restauri in corso. Una lista imbarazzante di 50 strutture sprangate. Ne restano disponibili solo 20, e non sempre. La lista cambia ogni mattina, legata al numero di custodi disponibili e alle segnalazioni di cedimenti. Manca il personale, è carente il management plan, che indica come si intende conservare l'area monumentale, lasciano a desiderare soprattutto i tempi di attuazione del Grande Progetto Pompei finanziato con 105 milioni di euro. Dovrebbe completarsi entro il 2015 ma viaggia a rilento e alimenta polemiche. Ce n'è una su tutte che sottolinea Antonio Irlando. «La Perillo Costruzioni, che ha già lavorato in 12 cantieri della soprintendenza di Napoli e Pompei, si è aggiudicata 3 restauri su 3 tra dicembre e marzo. Quello che desta preoccupazione sulla qualità degli interventi è che i restauri delle case del Criptoportico, dei Dioscuri e di Sirico sono stati assegnati con ribassi superiori al 50».