La crisi dei 5 siti siciliani: «Più efficace una puntata della fiction di Montalbano che il prestigioso riconoscimento» Problemi e incompiute. Abusi, cemento e Piani di gestione solo sulla carta. E resta una chimera il 30 di presenze atteso post-marchio Catania. Sotto la targhetta niente. O poco, pochissimo. Laddove non ci sia addirittura lo sfregio della cementificazione selvaggia e dell'abusivismo o la minaccia di mega-lottizzazioni, in Sicilia i siti Unesco sono uniti da un filo nero di problemi aperti e di incompiute: la disattenzione degli enti locali, l'assenza di Piani di gestione, nessun ritorno in termini di presenze turistiche e di occupazione. E così, mentre la Sicilia festeggia la sua sesta "perla" - l'Etna, entrata nella World Heritage List nella sessione appena conclusasi in Cambogia - la domanda sorge spontanea: ma il riconoscimento è davvero un valore aggiunto per la nostra terra? La risposta è decisamente negativa, se si guarda a ciò che Legambiente ha definito «l'Unesco alla siciliana». Molto lontano dalle stime degli esperti del Patrimonio dell'Umanità, che in tutto il mondo hanno stimato in un gratificante 30 l'impatto medio sulle presenze di visitatori dopo l'ingresso nella lista mondiale. Eccoli, i meravigliosi malati "griffati" Unesco: l'area archeologica di Agrigento, la Villa Romana del Casale di Piazza Armerina, le Eolie, le città del tardo Barocco del Val di Noto, Siracusa e la necropoli rupestre di Pantalica. Il direttore di Legambiente Sicilia, Gianfranco Zanna ha ammesso che «prende davvero lo sconforto davanti a tanta desolazione, degrado, disattenzione, incuria», poiché «c'è da vergognarsi nell'assistere all'aggressione continua, al disinteresse, alle inadempienze, al mancato rispetto degli impegni presi, al vuoto progettuale e di proposta». Oltre alla denuncia sulla «perdita di cospicui finanziamenti» (di cui ci occupiamo in dettaglio nell'articolo a pagina 2), Legambiente Sicilia mette il sale sull'altra principale ferita aperta: i Piani di gestione, strumenti operativi dei gestori dei siti Unesco, ma a distanza di anni ancora desaparecidos. «A partire dal riconoscimento del Val di Noto - ricorda l'ex assessore regionale ai Beni culturali, Fabio Granata - l'Unesco ha introdotto l'obbligatorietà dei piani di gestione: a dieci anni di distanza dobbiamo constatare una serie di fallimenti e ripensare radicalmente la valorizzazione. L'insipienza è stata fino ad oggi equamente distribuita tra Soprintendenze, Comuni e privati: serve un controllo più attento e diretto da parte della Regione». Alcuni dei cinque siti, come confermato da fonti del Comitato del patrimonio mondiale, rischiano l'estromissione dal "club" a causa delle «gravi mancanze dei lavori di riqualificazione, restauro e gestione». Un'ipotesi tutt'altro che virtuale, come ammesso da Ray Bondin, ambasciatore permanente di Malta all'Unesco, il quale, ricordando il frequente invio di «ispettori anche in incognita per controllare lo stato dei siti», ha sentenziato: «Occorre da tempo che nei luoghi protetti vengano applicate le linee imposte dai piani di gestione, che riguardano valorizzazione, fruizione del bene, diffusione della cultura classica, servizi di accoglienza turistica, oggi assai carenti, e altro ancora. Di tutto questo purtroppo oggi in Sicilia non c'è nulla. Senza i piani salta tutto, comprese le nuove opportunità di lavoro». Sulla carta restano soltanto i buoni propositi, ma manca la sostanza: le azioni concrete per valorizzare i siti Unesco. Niente per Siracusa-Pantalica, come certifica Salvo Baio, ex presidente del consorzio universitario "Archimede", più volte in prima linea nel denunciare quello che definisce senza mezzi termini «uno scandalo», dovuto soprattutto «all'inerzia dei gestori, che si sono accontentati di prendere la targhetta senza poi far sentire il fiato sul collo a Stato e Regione per avere i fondi spettanti». E nulla di nuovo nemmeno sotto il sole del Val di Noto, come ammette Lucia Trigilia, docente di Architettura e direttore scientifico del Centro internazionale di studi sul Barocco di Siracusa: «Ci autososteniamo con la bellezza», taglia corto. Un sito che raggruppa otto citta "gemelle", «nato grazie alla ribellione delle coscienza seguita alla ferita dovuta al crollo della cattedrale di Noto». E dopo il riconoscimento? «Una maggiore consapevolezza diffusa sul tema della tutela - ammette Trigilia - senza un analogo riscontro per la valorizzazione e la manutenzione continua dei siti». E l'ammissione finale è piuttosto amara: «Purtroppo ha più peso una puntata della fiction di Montalbano in tv che un riconoscimento così prestigioso come quello del Patrimonio dell'Umanità, che rischia di restare fine a se stesso per gravissima colpa dei nostri amministratori». Una sensazione confermata da Angela L'Episcopo, presidente di Siciliantica di Piazza Armerina, altra bandiera Unesco con la Villa del Casale: «Il riconoscimento non è stato decisivo sul nostro territorio. A livello mediatico, e di conseguenza come attrazione di visitatori, hanno pesato molto di più il tam-tam creato da Vittorio Sgarbi nei lavori di ristrutturazione e poi l'effetto-traino del ritorno della Venere ad Aidone». Più rassicurante il quadro alla Valle dei Templi di Agrigento, "mamma" di tutti i siti siciliani Unesco, con l'iscrizione alla lista risalente a 16 anni fa. «È stato uno sprone per fare meglio e ritengo che noi ci siamo riusciti, traendo dal marchio un beneficio certo, seppur non quantificabile», assicura Pietro Meli, ex sovrintendente di Agrigento ed ex direttore del Parco archeologico. Pur senza la condivisione del piano di gestione, «redatto diversi anni fa, ma con quasi nessun ente che ebbe la sensibilità di rispondere alla convocazione», la realtà agrigentina ha goduto di una rendita di posizione non indifferente: «È l'unico Parco in Sicilia a incassare direttamente i proventi della vendita dei biglietti d'ingresso, potendo quindi investire gli incassi in manutenzioni e servizi. Un modello che continua a funzionare e che magari si potrebbe estendere». Più complesso il discorso delle isole Eolie, un sito tanto immateriale quanto difficile da controllare. E qui, oltre al mancato decollo del piano di gestione, tengono banco gli abusi, denunciati dal presidente del circolo eoliano di Legambiente, Giuseppe La Greca. L'attività estrattiva delle cave di pomice (che fece scattare l'inserimento nella black list Unesco), i progetti dei porti turistici, il mancato decollo del Parco. Un fantasma che, secondo Legambiente Sicilia, aleggia anche su Agrigento («minaccia di cementificazione e abusivismo edilizio»), sul Barocco del sud-est («sventramento del cuore di Catania per il progetto Rfi di raddoppio ferroviario» e «serio rischio che Noto perda quel suo particolare e unico colore dorato a causa della rimozione selvaggia dell'intonaco») e su Pantalica, «per lo scellerato progetto del ponte d'acciaio sul torrente Calcinara». twitter: MarioBarresi 30062013