Due statuette femminili della Dea Madre costruite da un ignoto artista nella valle dell'Indo cinquemila anni fa. Invece di andarle a vedere in un museo, chiunque può comprarle se si mette da parte mille euro e partecipa alla prossima asta di beni archeologici della casa d'aste fiorentina Pandolfini, in programma in dicembre. Già, perché le preziose sculture sono andate invendute all'asta di mercoledì scorso, con valutazione di partenza appunto mille euro. E potrebbero essere ripresentate alla prossima. Con qualche soldo in più si può portare a casa di tutto, dalla mummia egiziana al sarcofago etrusco, dal vaso greco alla collana sumera. Ma come è possibile che beni archeologici che di solito si vedono nei musei o nei saloni dei collezionisti miliardari vadano all'incanto come una merce qualunque? Perché un bellissimo coperchio sarcofago etrusco proveniente dalla necropoli di Tarquinia, anch'esso invenduto, invece di andare nel museo della cittadina laziale mercoledì ha rischiato di finire in una privata abitazione per la "misera" somma di 12mila euro? E com'è che una splendida maschera funeraria egizia di 2500 anni fa ha trovato un nuovo padrone per soli cinquemila euro? Giriamo la domanda al professor Neri Mannelli, archeologo e consulente per i beni archeologici della casa d'aste Pandolfini. «Dal 2004 - spiega - i beni archeologici sono regolati dal cosiddetto codice dei Beni culturali. In precedenza il codice Bottai del 1939 distingueva solofra pezzi di maggiore e minore rilevanza, oggi è stato introdotto il concetto di bene culturale. Anche il frammento della lucerna romana in asta a 50 euro, essendo bene culturale, è parte inalienabile del patrimonio culturale italiano, tutelato e non esportabile. In passato invece per gli oggetti minori il cliente straniero poteva ottenere un permesso dalla Soprintendenza per portarlo all'estero. Oggi nessun oggetto archeologico può uscire dall'Italia». Appurato che i beni italiani restano in Italia, resta da chiarire come e perché possono essere venduti all'interno dei nostri confini. «Quelli che vanno all'asta dice ancora Mannelli sono tutti oggetti che vengono da collezioni private, noti alla Soprintendenza e già censiti. Le provenienze sono le più disparate: ad esempio il sarcofago etrusco arriva da una vendita in Germania ad un acquirente italiano che poi lo aveva rivenduto. Sono oggetti che in origine facevano parte del patrimonio italiano, comprati molti anni fa da mercanti stranieri. Quando rientrano con certificazione di provenienza, possono essere venduti. La prima legge che regolamenta la materia in Italia è del 1909, e da quella data oggi si parte per verificare la documentabilità di un oggetto. Per la legge attuale se l'avevo in casa già prima del 1909 è di mia proprietà e ne posso disporre». E neanche un museo può richiedere quell'oggetto, a meno che non dimostri che gli apparteneva. «Tanti anni fa racconta Mannelli il museo di Reggio Calabria si rese conto che uno splendido manico di specchio con una scultura del ratto di Europa sul toro era suo. L'oggetto era stato acquistato regolarmente da un antiquario romano nel 1950, ma verificato che mancava dal museo dal 1928, e che nessuno se ne era mai accorto, fu sequestrato e restituito al museo». Gli stranieri possono però acquistare oggetti di provenienza estera, ad esempio egizi o cinesi. «Per quelli spiega l'archeologo ci vuole solo il permesso di esportazione da richiedere alla Soprintendenza, che normalmente lo rilascia». Una tutela più qualificata infine c'è per gli oggetti particolarmente importanti, italiani e non italiani: «Lo Stato può decidere di vincolare il bene in maniera ulteriore: il proprietario deve comunicare dove è tenuto, e in caso di vendita lo Stato ha un diritto di prelazione. Che però è stato esercitato raramente. Chi sono i venditori?I più disparati; se devo dire una categoria, direi i medici: sono i collezionisti più ferventi. I compratori invece si dividono fra collezionisti veri e propri, appassionati, che comprano perché gli piace l'idea di avere un oggetto archeologico in casa, e commercianti. In Italia sono 5 o 6, per lo più arredatori e architetti che rivendono il pezzo ai clienti in funzione dell' arredamento. Il passaggio dalle aste ormai è garanzia di qualità, perché gli oggetti vengono certificati da esperti e visionati dalla Soprintendenza, che li controlla uno per uno. E l'elenco di tutti gli acquirenti che forniamo ogni volta alla Soprintendenza ne consente la tracciabilità».
LUCCA - Cosa compriamo la mummia egizia o il vaso etrusco?
Il testo riporta che i beni archeologici possono essere venduti all'asta se sono stati censiti e hanno una documentazione di provenienza. Il codice dei Beni culturali del 2004 regola la vendita di beni archeologici. Il professor Neri Mannelli, consulente per i beni archeologici della casa d'aste Pandolfini, spiega che gli oggetti venduti all'asta sono quelli provenienti da collezioni private e già censiti. Le provenienze sono diverse e gli oggetti possono essere stati acquistati da mercanti stranieri. La legge attuale consente di vendere gli oggetti se hanno una documentazione di provenienza. Il museo non può richiedere l'oggetto se non dimostra che gli appartiene.
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