«Il concetto base di questo progetto è di offrire al popolo napoletano un ambiente confortevole, salutare e di grande valore sociale e culturale. Non si tratta solo di un gruppo di edifici ma di un centro amministrativo, di affari e residenziale nel suo insieme unitario, con funzioni interrelantisi tra loro». Con queste parole, l'8 novembre 1982, Kenzo Tange presentava alla città il suo progetto planovolumetrico generale del Centro direzionale: insula avveniristica che si staglia sui binari ferroviari della Stazione centrale in un'area di 110 ettari tra corso Malta, via Nuova Poggioreale e via Taddeo da Sessa. Un'area al centro di molte polemiche, nel corso degli anni, ormai associata al nome del grande architetto nipponico di fama mondiale, ma alla quale hanno contribuito molti suoi colleghi italiani, in particolare napoletani: sin dal 1964, quando Luigi Piccinato individuò nel comprensorio di Poggioreale - localizzazione ancora oggi oggetto di contestazioni - la zona per attuare una strategia di decongestionamento del centro storico dagli uffici amministrativi, poi tradotta in strumento urbanistico con il Prg (Piano regolatore generale) del 1972. «Kenzo Tange è stato grandissimo quando era un architetto che lavorava di persona, prima che la fama internazionale e il suo studio multinazionale lo facessero scivolare in un international style che, per quanto riguarda il Centro direzionale di Napoli, non ha in fondo apportato grandi rivoluzioni rispetto alla progettazione originaria del primo progettista, l'architetto napoletano Giulio De Luca, nel 1975», dice ad esempio l'architetto Massimo Rosi, che di De Luca fu assistente come molti altri colleghi. Parere in parte condiviso dall'architetto Massimo Pica Ciamarra, che al Centro direzionale ha «firmato» tra l'altro le due torri d'ingresso e gli edifici della Regione e ha conosciuto personalmente Tange: «Un vero maestro di stile, affabilità e grande cultura, capace di slanci poetici testimoniati soprattutto dalle opere del suo periodo più fecondo, tra gli anni '50 e '60» afferma Pica Ciamarra. «Penso - aggiunge - agli edifici da lui realizzati per i Giochi olimpici di Tokyo, al progetto memorabile per la Baia della capitale nipponica, con gli studenti del Massachussets, o alla cattedrale di St. Mary, sempre a Tokyo. E ricordo di averglielo anche detto, quando andai a trovarlo in Giappone». Un giudizio sul Centro direzionale? «Un'opera di grande interesse dal punto di vista dell'impianto urbanistico, di grande chiarezza, ma nutro qualche perplessità sul disegno delle sagome, che non sembrano appartenere in dettaglio a un architetto di levatura internazionale, esperto di tall buildings e di zone antisismiche come il suo natìo Giappone», sostiene Pica Ciamarra. Piazze e porticati in stile ipermoderno, grattacieli curtain-wall dalle pareti specchianti, un ampio asse centrale verde di passeggio, il Centro direzionale (inaugurato nel 1988) è caratterizzato soprattutto da un aspetto ritenuto rivoluzionario: la separazione netta tra circolazione pedonale di superficie e traffico veicolare sottostante. «Una soluzione indubbiamente innovativa, rispetto al più macchinoso progetto originario di De Luca che ha comunque i suoi meriti purtroppo dimenticati», osserva Michele Capobianco, professore emerito di Progettazione architettonica all'università di Napoli che nei primi anni '50 condivise un'esperienza collettiva di studio proprio con Giulio De Luca, Enrico Marsiglia e Roberto Mango. Co-autore del Palazzo di Giustizia al Centro Direzionale, Capobianco resta però critico sulla sua localizzazione: «Il Centro Direzionale non ha rapporti con la città storica, né vita oltre gli orari d'ufficio, e questo è un errore. Non si è avuto il coraggio di seguire l'intuizione di Luigi Cosenza, che aveva identificato nell'asse di via Marittima l'area ideale per delocalizzare il terziario ma nel contempo creare alberghi, ristoranti, ritrovi e luoghi di aggregazione necessari per la vita di una città dei tempi moderni, una città di mare come Napoli, proiettata nel futuro. L'unico vero modello di Centro direzionale, da questo punto di vista, è quello di Stoccolma». In realtà, aggiunge l'architetto Nicola Pagliara, Kenzo Tange fu soprattutto un supervisore a distanza del progetto, del quale si limitò a prescrivere una serie di direttive principali (il piano volumetrico, i materiali) per garantire l'unità formale dell'insieme, lasciando poi ai suoi colleghi italiani, e soprattutto napoletani, la progettazione dei singoli manufatti per evitare l'«incubo» di decine di palazzi tutti uguali: «Il suo braccio destro, l'architetto Yamamoto, si avvaleva di due consulenti di Firenze, Pierluigi Spadolini e Gianni König - ricorda Pagliara -. Per me, che avevo in carico un quadrivio molto problematico, fu un periodo durissimo, ricevevo contestazioni continue perché mi ostinai a voler usare marmi policromi anziché acciaio e cristallo. Finché mandai tutte le mie carte a Tange, in Giappone, che mi diede carta bianca lodando le mie scelte e alcune soluzioni progettuali. Fu una grande soddisfazione».