Hanno cerchiato la data in rosso: 4 novembre 2013. Perché vorrebbero celebrare il quarantasettesimo anniversario della grande alluvione con un'impresa forse tardiva ma esaltante: sistemare il Cristo di Cimabue al sicuro, a sette-otto metri da terra, nella monumentale sacrestia di Santa Croce, straordinario prolungamento della basilica. Dove "giudicherà" i Sepolcri cantati dal Foscolo e non potrà essere più ragionevolmente raggiunto da chi lo sfigurò: l'Arno. Significa che mezzo secolo dopo il disastro, Firenze prende coscienza di ospitare, pericolosamente insieme, il più grande museo del mondo e il fiume che può distruggerlo. Lo fa attraverso un'iniziativa lanciata dall'Università, ma alla quale hanno già aderito Regione Toscana, Palazzo Vecchio e oltre trenta enti. E sono previste nuove adesioni nazionali e internazionali, ma anche la partecipazione di chi, fin dai giorni di quel "diluvio" si dimostrò sorpreso e poco efficace: lo Stato. Dal nome celebrativo - "Firenze 2016" - ma dal piglio operoso, questo comitato ha preso ispirazione dal rettore, Alberto Tesi, e da un suo braccio destro, il professor Giorgio Federici. Ma lo presiede Mario Primicerio, ex sindaco, già stretto collaboratore di Giorgio La Pira, e ora presidente dell'Opera di Santa Croce. Ed è stato proprio lui, ieri, durante il summit nella sede Rai della Toscana, a dare la notizia: grazie a un investimento di 500 mila euro e all'impegno delle soprintendenze ai beni artistici e storici e ai beni architettonici, il Cristo di Cimabue lascerà l'antico refettorio francescano, nel quale venne sistemato dopo il restauro, e dov'è rimasto, attaccato a delle corde e a una carrucola capaci di sollevarlo in caso di nuovo allarme. Ma corde e carrucola rappresentano un sistema di sicurezza vecchio, e forse nemmeno più a norma di legge. Mentre il Cristo, dipinto da Cimabue intorno al 1280, suscita sempre emozioni e passioni. Come nel '66, quando, pur scrostato e coperto di fango, ispirò un esercito di giovani arrivati a Firenze per "dare una mano". Erano tanti: con minigonne e jeans, capelli e barbe lunghe, badili e chitarre, scatolette e scorte di medicinali. Una babele di lingue: Amsterdam, Londra, Parigi, New York. E gli idiomi incomprensibili dell'Est, parlati da quel "ragazzo dell'Europa", poi strillato da Gianna Nannini: scappato da Varsavia per non fare il soldato e sfuggire a un comunismo rozzo, oppressivo, prepotente. Chi erano? Figli e nipoti della generazione che aveva attraversato due guerre facendo esplodere il miracolo economico. Ragazzi passati alla storia, dopo aver spalato a Firenze, non solo per essere stati protagonisti della prima stagione beat, ma anche come angeli: gli angeli del fango. Che il 4 novembre prossimo venturo, molto probabilmente, saranno un'altra volta qui. Per pregare davanti al Cristo, finalmente irraggiungibile dall'Arno, il suo "sfregiatore". E per chiedere al comitato "Firenze 2016" a che punto siano i lavori per frenare l'Arno. E far sì che, almeno cinquant'anni dopo, una città di solito litigiosa, ma iscritta dall'Unesco fra i patrimoni dell'umanità, sia finalmente al sicuro. sandro.bennuccilanazione.net