IMMAGINATEVI una morbida collina che allora sembrava un monte, con salite, discese e valli. Immaginatevi di guardare una veduta del Vanvitelli che mostra una Roma settecentesca che aveva prati, campagna e pecore. E adesso immaginatevi un posto preciso, alle spalle del Vaticano, attaccato alla sua alta cinta, dove secoli fa si scopre che il terreno è composto di una sostanza preziosa, l'argilla. Per una città in espansione che ha bisogno proprio di materiali per costruire è una fortuna trovare la materia prima a due passi. Ci sono anche dei laghetti stagnanti e anche loro contengono argilla. E' in quel momento che il paesaggio cambia, si rimodella. Si estrae dall'acqua e dalla terra la creta morbida con la quale si fanno ottimi mattoni, e nasce una vera e propria attività che ha il suo fulcro nella fornace. Anzi è proprio un fiorire di fornaci. Avrete capito che siamo in via delle Fornaci e che ci inoltriamo attraverso porta Cavalleggeri in una via che prende il nome da un montarozzo (meravigliosa definizione romanesca per definire un mezzo monte che spunta nella piana): non impervia ma decisa la via Monte del Gallo sale e sale fino alla cima. Tutto intorno un piccolo quartiere strambo, non a caso domicilio di molti attori giovani del cinema italiano. Un micromondo composto da alberghi vaticani di proporzioni gigantesche che si affiancano a villette composte in un borgo, a residui delle vecchie abitazioni dei lavoratori del mattone. Siamo nel centro di Roma, appena fuori le mura che corrono lungo il pendio ovest del Gianicolo. Non il lato dal quale si osserva tutta la città ma il lato nascosto, alle spalle. Sembra incredibile ma parecchie decine di milioni di anni fa, siamo nel Pleistocene e anche prima, quasi tutto era acqua. Di mare, di fiumi, di laghi. L'argilla viene da quei sedimenti mischiati poi con altri sedimenti, questa volta eruttivi. Mi guardo intorno e vedo un quartiere tranquillo che ha pochi negozi al di fuori del gigantesco supermercato alle sue pendici, lì, nella congiunzione con via Gregorio VII. Sopra passa il ponte da cui i treni transitano per arrivare alla Stazione di S. Pietro, una delle tante del passante ferroviario. Da qui si entra ufficialmente nel bizzarro quartiere di Monte del Gallo. Come al solito mi accompagno con guide qualificate. Silvana, la mia mentore di questa zona, dato che vive qui da parecchi anni, mi fa salire sulla sua Ape 50 cc. Non è un'Ape che passa inosservata. Tra decalcomanie e scritte sulla carrozzeria c'è la sua filosofia di vita (che comprende anche scegliere un luogo come questo per vivere). Bandierine della pace, slogan contro le guerre, simboli femministi mostrano chiaramente il suo credo. L'Ape arranca con il motore a mille sulla salita. Via Monte del Gallo è una via tutta a tornanti, popolare e deliziosa. Se all'inizio abbondano i palazzoni che affacciano su Gregorio VII, dopo, anche nelle vie contigue, è un fiorire di palazzine e villette di vari periodi, non c'è una uguale all'altra per forma, dimensione, posizione. Le strade si intersecano. Addirittura, come in montagna, ci sono scorciatoie a gradini che tagliano le curve. Rampa Brancaleone, Rampa Ceriani. Chi viveva in pianura saliva a piedi sulla collina. Mi ricordano Montmatre a Parigi o la scala infinita e ripida tra rampicanti fioriti che da Heidelberg bassa porta al castello. Là tutto era molto pulito, curato, amalgamato. Ingressi piccoli ma molto chic, cancelli con le iniziali dorate e portoncini scuri. Sul Monte del Gallo invece fiorisce l'invenzione, i muri sono un po' delabrè e ognuno sa come far crescere il proprio giardino. Prendendo la discesa di Vicolo del Vicario sembra di entrare in un altro paese: un miscuglio di fiori di Provenza, un pizzico di calce bianca greca, una spruzzata di Bergen in Norvegia. Nonostante siano sormontate da palazzi più alti, le abitazioni a due piani hanno forme antiche ricreate moderne. Da un cancello della strada si passa per viottoli interni che conducono ad altre case, un dedalo inestricabile. Qui le vie spesso finiscono nel nulla, come via della cava Aurelia, via Roverella, Vicolo del Gelsomino. Il nulla sono prati, magazzini vuoti, un fornitore di materiali per edilizia, uno sfasciacarrozze, una scuola, un minuscolo ma grazioso centro ippico. A un passo dal Papa i cavalli girano nel paddock, scaldando i muscoli, o si riposano in pochi macurati box. Siamo a ridosso del terreno proprietà dei Piccolomini. Se da una parte c'è Villa Piccolomini, il territorio è segnato da un'altra villa opposta, Villa Abamelek, sede dell'ambasciata russa. Renato, il fabbro che lavora in un capannone, mi spiega che qui c'era un lago dove si faceva anche il bagno. Coni il dito mi indica la ciminiera di mattoni da cui usciva il fumo delle fornaci e aggiunge che in origine era alta 115 metri, un' enormità. Poi la parte sopra è stata abbattuta e i vecchi mattoncini sono finiti nella parte bassa ormai cava. Ci sono anche oggi. L'area era affidata a un custode, Calimani, morto alla bellezza di novant'anni. Poi si addentra in una spiegazione delle seguenti eredità. Ora pare sia annessa alla Fondazione Piccolomini. Intorno è un proliferare di mimose, magnolie e canti di uccelli. Ma qui potrebbero girare Furore di John Ford. Ci sono case diroccate, prati incolti, depositi di cose accatastate a poche centinaia di metri dalla congestione commerciale di via Gregorio VII e dalla perfezione marmorea del Vaticano. Dall'alto di Monte del Gallo si vede benissimo il Cupolone, anzi per riservare la santa visione a chi se la merita, ecco il cancello di una residenza strettamente legata al Vaticano. In un punto panoramico formidabile si trova l'architettonicamente orribile Hotel Tra di Noi. Un nome e un programma, esemplificato da una grande statua di Cristo sul tetto. Accanto villette a un piano solo, bianche e campagnole. C'è anche una casa di suore e un altro albergo nascosto infondo a un vicolo cieco. Scendendo verso la stazione di San Pietro, annunciata dall'altoparlante quando i treni dei pendolari e per Fiumicino si fermano qui, gli spazi si ampliano. L'interno della Stazione è lindo e pinto, ci sono bacheche dove sono raccolti reperti ferroviari come lampade di segnalazione a petrolio e corni per annunciare le partenze. Sono esposti cappelli da capostazione, fischietti e vari altri strumenti di lavoro. All'ingresso un pannello con attaccata una scatola di cartone per le offerte mostragli aiuti dati a popolazioni africane. Nei bagni puliti ci sono addirittura contenitori differenziati per i rifiuti. Fuori dalla stazione accanto al parcheggio della GS si apre una specie di atelier. Silvana e io entriamo per conoscere l'artista, Ricci si chiama. Ma nessuno risponde nel guazzabuglio di statue e decorazioni mescolate a una roulotte, a biciclette e ferri vecchi e una cinquecento giardinetta. Proseguiamo per via delle Fornaci, lungo la parte vecchia che le auto di solito non percorrono. Anche qui la fantasia artistica si è sbizzarrita. Casette e capanni hanno ingressi decorati con maioliche e bassorilievi, in cima ai tetti altre sculture, una donna in lamiera nell' atto di fuggire, due gatti arrugginiti su un capo e sull'altro di un tetto. Leggendo i nomi degli abitanti troviamo anche una giapponese. E leggendo una iscrizione scopriamo che questo era l'antico borgo dei fornaciari nel 1840. Il posto è fantastico e probabilmente poco conosciuto. Risaliamo sull'Ape per andare a mangiare nel bar di Mario, sedie rosse e ombrelloni verdi nella terrazzina che da su via Monte del Gallo. Proprio davanti al bar c'è la fermata di un bus di dimensioni ridotte, il 34, che fa esattamente il giro del quartiere. E' un'agevolazione indispensabile per ovviare a tutte le arrampicate che ci sono. Circondate dalle villette con tettoie in vetro e ferro battuto, Silvana e io mangiamo un piatto di gnocchi al sole. Oggi è giovedì, Mario ce li consiglia e poi ci fa due porzioni giganti. E' un bel signore molto simpatico, che mi chiama gioia allungandomi il piatto. Che meraviglia, l'ultima volta che qualcuno mi ha chiamato gioia era stato da bambina. Mia madre mi chiamava così e mi sembrava un inno alla vita. Seduta accanto a noi c'è una signora anziana dagli incredibili occhi chiari. E' vestita in modo eccentrico, conun soprabito azzurro e due borse all'uncinetto colorate. Silvana mi dice che qui ci sono donne di una certa età e una certa cultura con le case piene di libri che qualche volta vendono per guadagnare un po' e che altre volte regalano. Tutte arrancano su e giù dal Monte del Gallo compresa sua madre, piemontese immigrata in Argentina (e del Piemonte conserva l'accento, che va come un treno nonostante i suoi ottant'anni). E'bello questo quartiere, è umano, caloroso e gentile, signorile e popolare nello stesso tempo. Anche alternativo. Non ci sono sfarzi ma gusto e fantasia. E' tranquillo, senza ansie né semafori. La ferrovia proprio sotto via del lago Terrione gli da un'aria provinciale, incrementata dalla voce che esce dal megafono di una Ford familiare che procede lentamente annunciando a tutti riparazioni delle macchine a gas. Scendere a valle, rientrare nel caotico traffico di porta Cavalleggeri smorza quella che mi è sembrata una gita domenicale fuori porta. Silvana prende il lungotevere con la sua Ape che sguscia tra le automobili in fila. All'improvviso mi viene in mente che non le ho domandato perché si chiama Monte del Gallo. C'entrano i pollai? Renato ci aveva detto che qui non si faceva agricoltura né allevamento, c'era solo una caci ara dove i pecorari si fermavano a fare il formaggio. Ma ecco l'arcano svelato: il gallo da cui prende il nome non era l'animale da pollaio ma il francese Carlo di Borbone che fece il diavolo a quattro nella città eterna, il famoso Sacco di Roma avvenuto nel 1527, e pare sia stato ucciso da un colpo d'archibugio sparato nientemeno che da quel cercaguai di Benvenuto Cellini. Sul Monte del Gallo si è sparso sangue regale francese. E' bene che pomposamente si sappia.