Benché irrealizzati, questi due disegni «utopistici» rappresentarono l'inequivocabile manifesto dell'inedita «poetica della grande dimensione», travolgendo i tardi esiti del razionalismo gropiusiano con un'ondata oceanica di avveniristici teoremi urbanistici. Nato a Imibari nel 1913, Kenzo Tange, dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria a Tokyo nel 1938, fondò con Kunio Mayekawa il Werkbund giapponese, un'associazione finalizzata a promuovere la piena integrazione nella cultura occidentale contemporanea. Nel 1946 progettò il Centro della Pace ad Hiroshima, in memoria delle vittime del più efferato eccidio di quel conflitto bellico. Quando nel 1959 fu chiamato negli States a tenere un corso di urbanistica presso il prestigioso Massachusetts Institute of Technology provò a superare l'imitazione scialba dei modelli occidentali, senza però regredire nel regionalismo vernacolare, ma proponendosi anzi come il capofila di una nuova avanguardia tecnologica. Erano gli anni in cui si aggirava nel villaggio globale l'«internazionale dell'utopia» che, esaltando le potenzialità delle moderne teconologie, prefigurava la soluzione dei grandi temi urbani con immaginazioni grafiche tanto fantastiche quanti improbabili : dagli Archigram ai Metabolism, da Yona Friedman a Paul Mayont, Kiyonori Kikukate e altri. Tange seppe captare questa new wave riconducendola però alla potenza suggestiva di progetti urbani colossali, ma virtualmente fattibili. Nel progetto per il quartiere di venticinquemila abitati incastonato nella baia di Boston (1959) Tange ideò lo schema macrostrutturale «a cavalletto» che, pubblicato nelle riviste à la page, divenne il paradigma dei grandi blocchi residenziali imitato in vari angoli del mondo. Non meno icastico fu il segno tracciato, con deliberato nitore simbolico, sulle acque oceaniche per il Piano di sviluppo di Tokyo (1960). Simile a un gigantesco ponte abitabile, il grande asse lineare avrebbe dovuto collegare le due rive della baia, costituendo una macrostruttura infrastrutturale alla quale aggregare le residenze e i servizi dell'espansione metropolitana. Tange elaborò questa proposta in dichiarata polemica verso il Piano ufficiale, già approvato per la regione di Tokyo nel 1956, ispirato ai principì anglosassoni del decentramento e delle new towns. Per antitesi venne esaltata la tecnica come strumento «moderno» per affrontare e risolvere i temi della metropoli «compatta»: dal traffico, ai trasporti, ai grandi numeri dei bisogni collettivi. Con la realizzazione dello Stadio coperto, del Palazzetto dello sport e di altre attrezzature per le Olimpiadi di Tokyo del 1964, Tange raggiunse il clou della sua rinomanza internazionale, proponondosi quale l'erede di Le Corbusier, suo unico (riconosciuto) maestro d'elezione. Certo, l'architetto nipponico si riallacciò solo ad un filo dell'ultima tela lecorbuseriana, ovvero al mito macrostrutturale dell'Unitè d'habitation e alla connessa estetica «brutalista». Tuttavia resta innegabile l'originalità dello sviluppo degli spunti desunti dal maestro francese, ma reinterpretati da Tange alla luce della sua notevole competenza tecnologica di ingegnere-architetto. Il Gymnasium della Prefettura di Kagawa (1964) e la Torre degli uffici amministrativi della Shizuoka (1965) offrirono altre prove della ormai raggiunta maturità di primo attore della scena internazionale. Da allora in avanti, Kenzo Tange fu invitato a redigere progetti nelle più disparate contrade del mondo. Per l'Italia elaborò il Piano generale del Nuovo Centro direzionale di Bologna (1970) e, circa dieci anni dopo, il planovolumetrico del Centro direzionale di Napoli (1982-84). Nel caso napoletano si è trattato di una realizzazione parziale, dal momento che il masterplan dell'architetto giapponese ha conformato l'impianto urbano, articolato su una netta distinzione tra il sistema dei trasporti veicolari (contenuto nell'ipogeo) e i grattacieli degli uffici e delle residenze, elevati sulla grande piattaforma solcata da tre assi pedonali. Tange fissò anche alcune semplici regole del gioco: tutti le costruzioni avrebbero dovuto avere pareti in curtain-wall, per rispecchiare le nuvole e l'azzurro del cielo, e basamenti in granito lucido. Nelle sue intenzioni progettuali, il nuovo Centro sarebbe apparso come un microcosmo uniforme, astratto, metafisico, deliberatamente alieno rispetto alla città storica e allo stesso contesto paesistico, dominato dal Vesuvio. La realtà costruita è invece contraddistinta dalla polifonia delle declinazioni linguistiche offerte da altri architetti, prevalentemente napoletani, con la significativa presenza di Renzo Piano e Pierluigi Spadolini. Nonostante queste variazioni, il disegno di Kenzo Tange ha rappresentato la non trascurabile «partitura» per una prova d'orchestra della modernità.