La vulgata italiana vuole che gli occupanti di Gezi Park, a Istanbul stiano lottando contro l'integralismo islamico, e per la piena affermazione della libertà occidentale. Ma le cose sono lievemente più complicate: a Istanbul si resiste innanzitutto contro il modello iperliberista e occidentalissimo che vorrebbe cementificare anche l'ultimo parco pubblico della città. È il Mercato, e non Allah, il dio contro cui lottano quei giovani turchi: e i profeti di quel dio sono la confisca degli spazi pubblici, la repressione militare di ogni dissenso sociale, la distruzione dell'ambiente, lo svuotamento dei processi democratici a favore del dominio violento degli interessi privati. Massimo D'Alema ha ironizzato sul fatto che finalmente ci sono dei Giovani Turchi che fanno qualcosa d'interessante, e gran parte della stampa e della politica italiane, e tutte quelle che un tempo si sarebbero dette 'di sinistra', stanno simpatizzando con questa causa. Peccato che gli stessi giornalisti e gli stessi politici non mostrino la stessa simpatia nei confronti di chi, in Italia, conduce la stessa, identica battaglia: a cominciare dal movimento NoTav in Val di Susa. E se c'è un osservatorio utile a comprendere la crisi della democrazia in Italia, ebbene, quel luogo è proprio la Val di Susa: nei pochi chilometri che separano Torino dalla Francia si trovano concentrate e portate all'estremo, infatti, tutte le contraddizioni che esplodono a Roma. Innanzitutto il TAV ha il 'merito' di render chiaro qual è il vero foro decisionale. Non le Camere, non il Governo: ma l'Interesse, il Capitale, il Mercato. Tutto il resto è una corazza retorica, sempre più sbiadita: il tunnel non serve ai viaggiatori, e nemmeno alle merci; non lo vuole l'Europa (come appare chiarissimo dopo la sentenza della Corte dei Conti francese) e non è indispensabile alla crescita del Paese. Il TAV serve a chi costruisce il TAV: e non è forse questa la stessa molla che ha portato a cementificare il Bel Paese? O, scegliendo un esempio decisamente minore, la stessa spinta che ha trasformato il patrimonio storico-artistico in un mostrificio? Come diceva il sulfureo Federico Zeri, «le mostre sono come la merda: fanno bene a chi le fa, non a chi le guarda». Il secondo aspetto esemplare è la crisi della democrazia rappresentativa. In Val di Susa tutti i partiti sono contro il TAV: ma a Roma gli stessi partiti sono tutti (tranne il Movimento 5 Stelle e ora SEL) a favore del TAV. E la contraddizione è risolta da anni con espulsioni, commissariamenti, richiami all'ordine. Questa schizofrenia tra base e dirigenza, tra periferia e centro, tra volontà popolare e volontà politica è mostruosamente lampante in Val di Susa: ma è il motivo per cui ovunque, e financo alle Comunali, vota ormai meno del 50 dei cittadini. Il terzo punto cruciale è la indistinguibilità tra sinistra e destra: l'intreccio tra governo del territorio e affari, e il coinvolgimento diretto delle cooperative rende il Partito Democratico il più convinto sostenitore del TAV. Alla faccia di ogni possibile declinazione del significato di 'sinistra'. Anche l'asservimento del novanta per cento dell'informazione alla causa TAV dice qualcosa circa la situazione generale del Paese, mentre la militarizzazione del territorio ci ricorda che la ribellione al mercato viene presa terribilmente sul serio: in Italia non meno che ad Istanbul. Ma anche negli aspetti positivi (e non sono davvero pochi, per quanto appaia paradossale) la Val di Susa appare una mirabile sintesi dell'Italia. Mi è capitato davvero raramente di conoscere comunità più unite, più consapevoli, più civili di quelle della Valle. Una vera 'azione popolare' ha riattivato i vincoli sociali e politici (nel senso di vita della polis, della comunità), e così gli spazi pubblici della Valle sono diventati esemplari palestre di vita civile, dove la cultura, l'informazione e la condivisione solidale legano i cittadini tra loro, e li connettono alle loro magistrature, a partire dai sindaci. In tutta Italia nascono comitati, associazioni, gruppi di cittadini che si impegnano per il bene comune riempiendo il vuoto lasciato dai partiti, proni agli interessi privati: ma la gravità della minaccia TAV ha fatto sì che in Val di Susa tutto questo coagulasse ad un livello, per così dire, istituzionale, configurando un nuovo modello di democrazia partecipata che funziona davvero. E c'è un 'dettaglio' rivelatore che collega l'esperienza valsusina al risveglio che percorre e scuote l'Italia come una febbre di crescita: ed è la centralità culturale e politica della difesa del paesaggio (cioè dell'ambiente e del territorio) e del patrimonio artistico, che in Valle sono particolarmente importanti, e perfettamente fusi tra loro. Durante gli scontri del 3 luglio 2011 le forze dell'ordine schiacciarono con mezzi pesanti la necropoli neolitica di Chiomonte (a pochi metri dall'unica parte attualmente attiva del cantiere TAV): un episodio gravissimo sul quale è stato presentato un esposto alla Procura di Torino (che finora giace senza risposta, come quasi tutte le segnalazioni che riguardano i numerosi 'eccessi di repressione'). Poco dopo il Museo Archeologico adiacente al sito è stato trasformato in una caserma: un segno eloquente della direzione in cui non la Val di Susa, ma l'Italia, sta andando. Si trattava di siti così importanti che la società pubblica Arcus aveva erogato ben 800.000 euro (circa l'un per cento del bilancio 2013 dei Beni culturali) per valorizzarli: soldi che sarebbe bello sapere che fine faranno ora. Quando (il 24 maggio scorso) ho provato a visitare il sito di Chiomonte per rendermi conti di persona dello stato di quel sito, ho trovato il ponte sul Clarea presidiato dalla Polizia, che prima mi ha inspiegabilmente rifiutato e, dopo una assurda attesa, altrettanto inspiegabilmente, consentito l'accesso. La stessa vessazione è quotidianamente inflitta ai valsusini che debbono attraversare quel 'confine' per lavorare alle proprie vigne, o ad altre coltivazioni. La distruzione del patrimonio e la distruzione dei diritti avanzano dunque di pari passo: e naturalmente una delle conseguenze più gravi del tunnel sarà l'inquinamento da amianto e uranio dell'aria e dell'acqua della valle. Ambiente, paesaggio, patrimonio storico e artistico sono inestricabilmente legati alla salute fisica, mentale e spirituale dei cittadini: e in Val di Susa questo intreccio diventa quasi tangibile, proprio mentre rischia di essere distrutto. Non sono molti i luoghi d'Italia dove tutto questo appaia tanto plasticamente chiaro: all'Aquila, certo, e intorno alle discariche della Campania. Se qualcuno ancora si chiede perché l'articolo 9 della Costituzione metta paesaggio e patrimonio tra i principi fondamentali della Repubblica italiana vada oggi in Val di Susa: e capirà che, proprio come Istanbul, la distruzione della natura e della memoria è l'ultimo passo prima della distruzione della democrazia. Se in Italia può rinascere una Sinistra costituzionale, il suo primo banco di prova non può che essere quella meravigliosa e fiera valle alpina. Tomaso Montanari
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17 Giugno 2013
Il sacco in Val di Susa
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Tomaso Montanari
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