L'Istituto superiore per la conservazione e il restauro sta riportando all'antico splendore il sito indiano, patrimonio dell'Unesco: grazie alla nostra metodologia nuova luce per la grotta 17 che ha una sala centrale riccamente decorata e un grande Buddha L'OPERAZIONE L'Italia è maestra di restauri nel mondo: da quando Giulio Carlo Argan e Cesare Brandi, nel 1939, fondarono l'Istituto centrale. Le teorie di Brandi hanno fatto scuola; tanti stranieri hanno frequentato a Roma l'Istituto. Che opera anche all'estero: a Pechino (il trono nella Città Proibita) e su un tratto della Grande Muraglia; in Irak a Bam, che è stata sconvolta da un terremoto nel 2003, e a Ninive; fondamentale l'apporto per il museo di Baghdad. E pure in India, ad Ajanta, un sito del Patrimonio dell'Unesco: la forra di un fiume nella regione del Maharashtra, con 29 grotte sacre, scavate dal II secolo a.C. al IV dopo Cristo, zeppe di dipinti e di sculture, senza troppe imitazioni. LA STANZA PIÙ BELLA È «italiana» la Grotta 17. Già all'entrata, sulla soglia, antichi rilievi. Una sala centrale con i pilastri decorati, interamente dipinta; un soffitto, con pitture floreali che formano un finto cassettonato; nel sacello, un grande Buddha, in posa di pensatore. Un «luogo ideale per contemplare il Divino», spiegava già uno degli ultimi testi Veda, del V o IV secolo a.C.. Si è salvato per il suo isolamento: nel VI secolo è dimenticato; scoperto solo nel 1891, per caso, da un soldato inglese, in una caccia alla tigre. Per portarci i macchinari, l'Istituto superiore per la Conservazione e il restauro ha usato carri trainati da buoi. Un tempo, ogni grotta di questa comunità monastica era legata da una scala al fiume. I DECORI Notevole la ricchezza degli apparati decorativi. Davanti alla Grotta 16, un elefante scolpito; all'entrata della 17, un Buddha e figurazioni a rilievo, sottratte dalla pietra calcare della parete. Colossale la statue della divinità, e fastose le tempere. La parete di fondo nella sala centrale, dipinta con scene che evocano Buddha: interi cicli sulla vita del maestro, dai testi più remoti, ne ostentano le doti, la nobiltà d'animo, le parabole. E sul soffitto, o sulle colonne a sei lati, sono ricchi motivi floreali.Il portico è di 20 metri, una cella su ogni lato più breve, e una sala centrale con 20 colonne. Su tre lati, 16 celle; su quello centrale il Sanctum: sei metri di lato, un Buddha gigante scolpito. Personaggi, piante, un elefante bianco, un cavallo volante. La Grotta 17 è la più preziosa. Da quando Ajanta è stata scoperta, s'è tentato di salvarla; copiata in infinite riproduzioni, nel 1920 è affidata agli italiani Lorenzo Cecconi Principi e Conte Orsini. Nel 2005 nasce l'intervento, con un accordo siglato da Giuseppe Proietti, allora ai vertici del ministero, e favorito da Antonio Armellini, ambasciatore in India. Gisella Capponi, ora a capo dell'Istituto, ne sottolinea l'utilità per i futuri lavori sui Sassi a Matera. La metodologia è di Anna Marcone, con campagne in loco nasce il progetto per salvare queste bellezze, ora in due volumi (Ajanta dipinta, Gangemi, 422 pag. e un dvd, 83 euro). GLI INTERVENTI La schedatura, i rilievi, gli esami delle tecniche e del microambiente, dello stato dei dipinti e delle statue, dei rischi, i metodi per poterli mettere in sicurezza. La Teoria del restauro di Cesare Brandi da adattare alle peculiarità di questo «incrocio tra natura, religione e arte» (Caterina Bon Valsassina). Il rilievo, scannerizzato con procedimenti inediti; arduo sancire i parametri. Alla fine, gli indiani continuano monitoraggio e studio, secondo un progetto (dice il segretario generale del Ministero, Antonia Pasqua Recchia) «assolutamente esemplare». Ancora una volta, una tra le eccellenze italiane ha fatto scuola.