La polemica IL PROBLEMA della sottoutilizzazione e del degrado della Reggia di Caserta è davvero una questione di governance? Se così fosse, che cosa si dovrà poi fare per il museo archeologico, per Palazzo Reale e per gli Scavi di Pompei? Si vedrà. Intanto va registrato che il neoministro Bray si è detto pronto ad affrontare caso per caso l'emergenza beni culturali della Campania. La prima soluzione prospettata sarebbe l'uovo di Colombo dell'ingresso dei privati nella futuribile gestione del magnifico e malinconico monumento vanvitelliano. Magari, a distanza di vent'anni, preferiremmo discutere dell'applicazione della legge Ronchey (affidamento ai privati di alcuni servizi museali): non si è forse già mostrato lì il lato oscuro di una politica di progressiva cessione di sovranità sui luoghi della cultura da parte dello Stato? E ne vorremmo analizzare gli esiti sulla conservazione dei beni, sui costi e sulla convenienza degli appalti in proporzione alle royaltiesincassate: davvero nessuno sospetta che la privatizzazione dei servizi museali abbia innescato un processo di dismissione di saperi, competenze e manodopera, cambiando in peggio le prestazioni e i destini delle istituzioni e delle persone coinvolte, appesantendo la spesa del ministero, delle Regioni, delle Province e dei Comuni e sostanzialmente impedendo la modernizzazione del sistema? Molti, in effetti, cominciano a pensare che una vera spending review potrebbe dimostrare che solo internalizzando i servizi museali più remunerativi, ora nelle mani delle imprese, si taglierebbero costi e sprechi e si reperirebbero risorse da reinvestire nel settore. Insomma, tra un viaggio in autostop a Pompei e un giro in bicicletta a Caserta, sembra che Bray si rifiuti di prendere la coincidenza con i temi e le riflessioni del presente. Si dirà che non è giusto irridere gli sforzi del neoministro dalemiano per apparire misurato e propositivo, ma si deve pur ammettere che non è indolore verificare ogni volta gli effetti della tara genetica che affligge la sinistra italiana. Solo un cromosoma culturale mancante o perduto può generare un senso così nevrotico della realtà, rinviata automaticamente al codice astratto del capitalismo globalizzato. D'altronde, da questa anomalia originaria della sinistra scaturisce anche il tratto pessimista di un'antropologia politica destinata ad assumere in sé il primato negativo dell'economico con un certo distacco e senza grandi illusioni dialettiche, come petizione di una presunta modernità accolta con l'inquietudine dei parvenus. È infatti tipico dei riformisti immaginare il governo non come lo strumento per intervenire sulla realtà ma, al contrario, come l'istanza di salvezza da ogni residua possibilità di immaginarne un effettivo cambiamento. Spesso si accusa il ceto politico emerso dalle macerie del vecchio partito comunista di aver costruito una forza conservatrice, gelosa delle sue certezze, indisponibile e anzi ostile alle vere riforme di cui avrebbe bisogno l'Italia. Niente di più sbagliato. Da vent'anni la sinistra italiana, sconsolatamente priva di elaborazioni culturali, fa un lavoro esattamente contrario, dilapidando giorno dopo giorno il patrimonio ideale e simbolico della propria identità. Gli eredi del comunismo si sono prima condannati all'autoesilio ideologico delle privatizzazioni e poi alla ghigliottina del rigore finanziario, propugnando un realismo senza realtà, mettendo cioè in scena la rappresentazione artificiale di una società e di una politica prive d'immaginazione. Il paradosso, però, è che proprio mentre la politica di sinistra programmava di aderire al principio del reale, determinato dal calcolo economico di quel che in essenza è sempre e solo produzione di profitto, la destra se ne era già allontanata proponendo lo spreco del sé e del mondo nell'eccesso della comunicazione mediatica e nel carnevale di una spettrale joie de vivre. Al di là dell'esempio perverso del berlusconismo, oggi è il capitalismo migliore a dimostrare che la portata economica dell'investimento e del profitto non ha più nulla di realistico, eccedendo in una dismisura irriducibile a qualsiasi patto di governo. Il caso Della Valle è emblematico: c'è forse chi creda a un ragionevole ritorno o comunque a un qualche calcolo ponderato che possa giustificare l'enormità delle risorse investite dal signore delle scarpe per il restauro del Colosseo? Il gigantesco impegno di una sola azienda per uno dei più importanti monumenti italiani avviene nel regime irrazionale dell'incalcolabile e del dispendio, ciò nonostante il neoministro Bray non vede o non vuole vedere e si ostina a ragionare nei termini della cogestione pubblico-privato, cioè di una presunta soluzione razionale per la gestione dei beni culturali. A costo di ribadire per l'ennesima volta il medesimo concetto dagli e dagli, anche l'informazione genetica può essere corretta , si ripeterà che il reale non sempre è razionale. E che il realismo del buon governo delle larghe intese riformiste non è né di sinistra né di destra. Per quel che riguarda la cultura, infatti, è esattamente quel che sembra: la fine senza fine di una politica che neanche riesce più a immaginare il Paese che vorrebbe governare.