Il restauro in corso alla cattedrale sta facendo emergere la provenienza diversa dei materiali utilizzati da Buscheto Suggestiva Piazza dei Miracoli vista dall'alto dei ponteggi sulle pareti esterne del duomo. Verde di erba, bianca di marmo. Quel marmo bianco che aveva suggerito una frase nell'epitaffio sulla facciata della cattedrale dedicata al suo celebre costruttore Buscheto: "Non habet exemplum niveo de marmore templum" (Non ha paragone questo tempio di candido marmo). Si pensa a quell'eccezionale architetto del XI secolo guardando quelle pietre che ora con pazienza e perizia vengono restaurate e ristudiate. Dal marzo scorso una squadra di dieci persone è all'opera in una zona-pilota della testata absidale del duomo guidata da un gruppo multidisciplinare di architetti, archeologi, storici, petrografi, chimici. Un pool coordinato e diretto dall'Ufficio Tecnico dell'Opera della Primaziale Pisana con la consulenza della Soprintendenza di Pisa e dell'Istituto Centrale del Restauro. Dopo il restauro della facciata nel 2000 e quello della Torre terminato nel 2009 è la volta dell'intero duomo, che sarà oggetto di un intervento capillare e delicatissimo, centimetro per centimetro nel giro di dieci anni, come spiegano il direttore tecnico Giuseppe Bentivoglio e Anton Sutter responsabile dell'Area restauro. «Abbiamo deciso di agire per porzioni limitate- dice Bentivoglio Vogliamo terminare la testata absidale entro il 2014 che sarà l'anno in cui si celebreranno i 950 anni della fondazione della cattedrale avvenuta nel 1063 (1064 stile pisano). Abbiamo scelto l'abside perché è molto degradato e perché, una volta liberato, permetterà una visione completa della zona torre-duomo. Poi continueremo con le fiancate, il transetto e la cupola». I tecnici hanno allestito il cantiere- pilota in una porzione di abside. «L'obiettivo - aggiunge Sutter - è di mettere a punto un sistema conoscitivo che integri la storia tramandata dalle fonti d'archivio con quella racchiusa nella struttura dell'edificio, in modo da avere chiara la situazione nella prosecuzione del progetto». E intanto indica, su una fiancata, a neanche mezzo metro da noi, un grande foro squadrato visibile da uno di quegli alti ponteggi della zona di prova: «Serviva per mettere i pali su cui poggiare le assi di legno su cui lavoravano muratori e scalpellini ai tempi di Buscheto, Allora non avevano certo i nostri ponteggi». In che cosa consiste il restauro? «In una prima leggera ripulitura, immediato consolidamento per evitare che i marmi si sfarinino come zuccheri, pulitura vera e propria, integrazione delle grandi lacune e stuccatura. E, naturalmente, studi e ricerche su ogni materiale». Si tratta del primo importante restauro del duomo. «Un lavoro meticoloso che consente di conoscere in maniera precisissima le fasi della costruzione. Segreti millenari che emergono lavorando a stretto contatto di ogni pietra». I primi risultati forniti dalla zona pilota riguardano i litotipi, cioè le pietre del paramento esterno della cui mappatura si occupa Marco Lezzerini. Sono stati prelevati e analizzati 32 campioni che oltre a rivelare la loro varia composizione, indicano la rispettiva provenienza: Monte Pisano, Alpi Apuane, bacino del Mediterraneo orientale, cioè Turchia, Grecia, coste africane. Dal Monte Pisano arriva la maggior parte del marmo usato per costruire il duomo. Si tratta di un marmo pregiato proveniente dalle cave di San Giuliano impiegato nell'edilizia pisana e in chiese come San Michele in Borgo e Santa Caterina. Il colore è grigio chiaro, bianco, avorio, con varie venature, la struttura massiccia. Largamente utilizzato anche se in misura minore rispetto al Pisano è il marmo delle Alpi Apuane, bianco, venato, rosato, già cavato dai romani. Molto interessante è poi il reimpiego nel duomo di marmi orientali frutto di bottini di guerra, passati per Roma e Palermo, come in San Piero a Grado e San Zeno. Roma tra il XI e il XII secolo era un vero e proprio magazzino di antichità e il riutilizzo a Pisa di materiali già tagliati e lavorati, come colonne e architravi, rappresentava non solo un risparmio lavorativo, ma un vanto ideologico e politico. E proprio questo riciclo vario e casuale rappresenta una delle attrazioni maggiori dell'edificio, che appare come una grande pagina disegnata e dipinta nel marmo, con epigrafi, tarsie, colonne, pezzi sorprendenti dalla storia secolare. Si leggono iscrizione latine dell' antica Roma accanto a nomi medievali incisi nella pietra: epigrafi già note ma ora riscoperte nel vivo della pietra. E a leggere queste affascinanti pagine di marmo si trova ancora il calcare nero proveniente dai Monti dell'Oltre Serchio, un colore che ai tempi di Buscheto era vivido e contrastante, ma che già dieci anni dopo la messa in opera era sbiadito nel grigio chiaro che vediamo anche oggi. Chissà se Buscheto lo sapeva, si chiedono gli esperti. E poi ci sono altri materiali usati nelle decorazioni ad intarsio, i serpentiniti di colore verde scuro-nero, ad esempio, provenienti da un'area a sud di Livorno, i calcari rossi o rosati della Toscana, i marmi colorati con cui sono realizzate varie colonne provenienti dall'Africa, dalla Turchia e dalla Grecia.
PISA Un capolavoro fatto con i marmi pisani e di tutto il mondo
La cattedrale di Pisa sta subendo un restauro capillare e delicatissimo, che sarà completato entro il 2024. La zona pilota è stata scelta per testare il sistema conoscitivo e le tecniche di restauro. I tecnici hanno analizzato 32 campioni di marmo provenienti da diverse regioni, tra cui il Monte Pisano, le Alpi Apuane e il Mediterraneo orientale. Il marmo utilizzato per costruire il duomo è di varia provenienza, con il grigio chiaro e bianco proveniente dal Monte Pisano, il bianco e rosato proveniente dalle Alpi Apuane e il marmo orientale proveniente da bottini di guerra.
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