Fa bene al cuore sapere che qualcosa sta per mettersi in moto a Palermo, che perforandone in lungo il ventre oscuro un tunnel ingoierà un tratto di traffico pesante. Che un porticciolo turistico qui e un altro poco più in là e al posto barca «non c'è problema», chein tutti quei parcheggi cantierati si quieterà la nostra auto-dipendenza mentre fior di architetti grandi firme ci eleveranno con grazia su fumi e rumori del solito traffico invadente. Ma anche ruspe e betoniere riprenderanno a girare, per i tremila nuovi alloggi popolari da tirare su in verde agricolo ça va sans dire, per i grandi alberghi da insediare nelle grandi dimore storiche alla bisogna convertite, per le tante palazzine a caro prezzo che disseminate ove per sventura un alberello l'avesse fatta franca, riammaglieranno la trama cementizia inavvertitamente slabbrata. Nuove isole pedonali sbocceranno in centro e la novità è che fautori ne sono i commercianti, come ravveduti dopo lunghi e ostinati rifiuti in conto calo vendite. Andrebbe quasi bene se non fosse che a noi, mai contenti come siamo, qualche dubbio rimane sui principi regolatori di scelte che paiono fatte solo per lustrare in "immagine" la città «che vogliamo fare più bella» (Ciancimino dixit), lasciando a consumarsi nei suoi disagi l'altra città. La città dei vicoli, per dirla con Salvo Licata, e delle periferie degradate dove si rifugia l'umanità derelitta che non senza ragione ci fa paura, quella ancora oggi intenta ad «ammuttari 'u pititto ca pala» o «la gente che sbatte la sua vita in mezzo all'altra gente» perché altra strada non si è dischiusa se non «quella che non spunta», la via cieca del delinquere, di illegalità e illeciti elevati a norma. Non c'è lavoro né Stato, ma da quelle parti non ci sono neppure opportunità di supporla diversamente, quella vita da «borgatari senza», senza servizi, senza svaghi, senza un posto dove poter suonare, ballare, leggere, palestrarsi, senza un teatrino, un giardino (lo Zen 1 lo attende da anni, con l'area diventata discarica e i finanziamenti chissà dove finiti), talvolta senza neppure una scuola (don Puglisi ci morì, aspettando la scuola che non venne), senza quegli interventi di "riqualificazione urbana" su cui si affannano urbanisti e sociologi previdenti, e che figurano nelle agende elettorali dei candidati per finire derubricati. A quelle vaste aree senza identità che sono gli insediamenti periferici, che accerchiano il centro città connotandolo di fatto in senso geografico e socio-culturale come sta tristemente verificandosi con Scampia e lo Zen, e che già nel 1935 Giuseppe Pagano definiva «compiacenti sentine di tutte le mediocrità», a queste periferie urbane non si dedicano le attenzioni necessarie a riscattarne, quanto meno, la dignità negata dalla mancanza di servizi di base. Né basta dislocarvi uno stadio, per supplire alle mancanze. Certo, per aiutare le "fasce deboli" della popolazione bisogna mirare a obbiettivi non effimeri e scovare idee e fondi generosi anche in tempi grami, ma meraviglia che saltino fuori quando si tratti di realizzare opere di maggiore effetto e risonanza, pensate magari per assecondare tendenze che le incertezze del momento imporrebbero di incanalare p er altre vie. Vai quindi con i tunnel (che servono ma non risolvono), i porti turistici, le passerelle firmate e pure i termovalorizzatori griffati (mentre cala il silenzio su raccolta differenziata e riciclaggio dei rifiuti), i resort di lusso per masse supposte ancora opulenti, i ponti e le superstrade e le opere di grande impatto (ambientale e mediatico) da imporre e disporre a colpi di varianti a Prg e deroghe alle normative vigenti. Si fabbricano leggi ad hoc, ma vivaddio si fa largo a quegli eletti yacht-muniti conproblemadi rimessaggio, tanto per cominciare (e le ragioni di una minoranza, che propone per Sant'Erasmo un approdo peschereccio di nessun impatto sul più bel topos paesaggistico dell'iconografia palermitana, in nessuna considerazione). Il disastroso impatto del porto dell'Acquasanta non ha insegnato niente. Come niente contano tuttora gli errori anche recenti di una pianificazione vorace, sempre disponibile a divorare il verde di agrumeti e coltivi per vomitare il grigio di asfalto e calcestruzzo, e non c'è allarme ecologico che invogli il Comune a cambiare registro, a favorire diradamento e giardini anziché addensamento e cemento. O almeno ad adottare criteri di bioarchitettura per le nuove edificazioni in cantiere, quei principi di autorigenerazione idrica ed energetica, di smaltimento e riciclaggio di scarti e rifiuti, ormai indispensabili e in obbligo morale alle società evolute. Come pure ci augureremmo di vedere, anziché spianate grigie di parcheggi assolati, prati verdi e alberati sopra cui silenziosamente scivolano le auto da parcheggiare. Come esistono in un altrove che non è Palermo.
A Palermo maquillage di cemento
Il testo discute le opere di ristrutturazione e sviluppo di Palermo, come tunnel, porti turistici, passerelle e opere di grande impatto. Tuttavia, si sostiene che queste opere non risolvono i problemi di base della città, come la mancanza di servizi di base nelle periferie urbane. Le aree periferiche sono descritte come "compacienti sentine di tutte le mediocrità" e sono criticate per la mancanza di attenzione e di interventi per migliorare la dignità della popolazione. Il testo sostiene che le opere di sviluppo dovrebbero mirare a obbiettivi non effimeri e scovare idee e fondi generosi per aiutare le "fasce deboli" della popolazione.
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