Porto qui i miei scolari, la loro vitalità è l'antidoto all'inedia del contemplatore di antiche macerie P er chi, come me, è cresciuto giocando a pallone nel campetto del Colle Oppio, sullo strapiombo del Colosseo, dove oggi si affrontano squadre festose di immigrati sudamericani, la nuova stagione estiva romana, che vede al centro delle attività gli spettacoli delle Terme di Caracalla, scopre ricordi incancellabili: penso alla gara dei quattrocento metri cui partecipai, tanti anni fa, nella pista d'atletica adiacente agli scavi archeologici, senza neppure immaginare che la medesima emozione di vanità della storia confusamente percepita dal ragazzo che io ero aveva innescato la riflessione dei più grandi interpreti della civiltà occidentale, come Piranesi e Goethe, entrambi accomunati nella convinzione che da quel sentimento di scacco si potesse ricavare un'insospettata energia conoscitiva.E così oggi, fra le musiche di Pietro Mascagni, le performance di Gigi Proietti, i balletti di Roberto Bolle e le recite di Michele Placido, non riesco a trattenere un moto di sgomento, come se le esibizioni degli artisti, le esecuzioni orchestrali, le rappresentazioni operistiche nulla potessero contro la forza evocatrice di quel fantastico scenario di acquedotti frantumati nei cui pressi l'antico popolino dell'Urbe imperitura usava prendersi i suoi adorati trastulli, le sue preziose pause, forse in modi non tanto dissimili dai nostri quando ci impegniamo nella cura del corpo con una dedizione e una solerzia probabilmente degne di miglior causa. Ecco perché ascoltare Puccini dietro i portici delle vecchie palestre o ammirare i costumi di scena verdiani sullo sfondo delle nicchie imperiali non è la stessa cosa che farlo altrove.Seduti ai bordi delle decrepite vasche, il passato diventa molto simile a quello che Giacomo Leopardi, nella Sera del dì di festa, sbeffeggiava chiedendo: «Or dov'è il suono di que' popoli antichi? Or dov'è il grido de' nostri avi famosi, e il grande impero di quella Roma, e l'armi, e il fragorio che n'andò per la terra e l'Oceano?» «Perduto», gracchiano gli uccellacci che volano sui capitelli sfregiati. «Distrutto», miagolano i gatti nascosti sotto le inferriate. «Dimenticato», gridano isterici i vagabondi ciondolanti verso i ricoveri dell'Aventino. Venire a Roma nell'estate incipiente significa ritrovare, in un colpo solo, lo spirito implacabile dell'Ecclesiaste, la sapienza scettica dei Latini, persino il ghigno spettrale degli scrittori novecenteschi còlti nell'istante fatidico della derisione e del disincanto.Io ho una maniera speciale di contrastare questo trasalimento e combattere la rischiosa inedia del contemplatore di macerie: sotto i giganteschi colonnati di Caracalla e Massenzio accompagno i miei scolari, sia quelli che vengono da lontano, dalle pianure sterminate dell'Asia, dai deserti africani, dalle metropoli slave, sia quelli che abitano accanto a noi, seduti a cavalcioni sui muretti delle borgate, talvolta non meno stranieri dei primi. Negli occhi sgranati di questi ragazzi che si aggirano inquieti in mezzo alle rovine scopro la stessa propulsione vitale del papavero cresciuto chissà come fra le pietre della pareti absidali. Per l'ennesima volta sono costretto ad ammettere che, nonostante tutto, hanno ragione loro. Affinati Eraldo Pagina 42 (11 giugno 2013) - Corriere della Sera