La crisi del turbo capitalismo e la crisi tout court in generale hanno aperto la strada, almeno in astratto, a una consapevolezza diffusa dall'esigenza di assicurare uno sviluppo sostenibile. Ma questo parametro, riferito in astratto al minor consumo di risorse naturali possibile, provo a semplificarla così, non può essere applicato come se questo "minor consumo" sia un dato oggettivo misurabile nello stesso modo da chiunque e ovunque. È vero semmai il contrario: quel metro non è sempre identico. E non lo è per molte ragioni (si pensi alle innegabili diversità territoriali di ordine socioeconomico, occupazionale, geomorfologico, ambientale, paesaggistico e potremmo continuare). È la pretesa di immutabilità del sistema di misura una delle cause dello stallo nella realizzazione di progetti, siano impianti o infrastrutture, regolarmente approvati dalle istituzioni competenti ma spesso mai realizzati perché bloccati dai cittadini che non li accettano in quanto percepiti come frutto di decisioni "calate dall'alto" nonostante siano state assunte da rappresentanze democraticamente elette. La reazione spontanea quasi automatica dei cittadini ad una profonda diffidenza per molti interventi che modificano il territorio è uno dei sintomi della crisi della democrazia rappresentativa. Non è questa la sede per affrontare le complesse cause di questo fenomeno (crisi degli stati nazionali e delle classi dirigenti, assenza di programmazione, cosciente diffidenza verso le acquisizioni scientifiche solo per citarne alcune) ma non possiamo certo attendere di rimuoverle tutte per dare risposta a una domanda di partecipazione che è la condizione per superare questo ormai insopportabile stallo decisionale. È da qui che occorre ripartire se davvero si vuole colmare il gap infrastrutturale che secondo i più accreditati osservatori affligge il nostro Paese e rimettere così in moto la nostra economia, creando occupazione e ristabilendo un nuovo clima di fiducia fra cittadini e amministratori. Si tratta di chiudere un'epoca per aprirne un'altra, attraverso la presa d'atto che il modello (asettico e tecnocratico) delle procedure autorizzative previste dalla normativa vigente (Conferenza di servizi, Via, Aia), è divenuto, da solo, insufficiente a dare garanzie sulla fattibilità concreta di un progetto. Quel modello riesce oggi (e non sempre) a garantire la legittimità di un iter e di una decisione finale, ma non l'effettiva realizzazione del progetto approvato. È sempre più evidente, infatti, che quest'ultima dipende dalla "accettazione" da parte delle popolazioni locali e dei portatori di interessi diffusi, un consenso che a sua volta è in funzione della possibilità che viene loro data di essere coinvolti e resi partecipi. Ecco l'altro punto essenziale: i cittadini vanno coinvolti e resi partecipi dal principio. Solo se coinvolgimento e partecipazione vengono garantiti fin dall'inizio, attraverso idonee forme di consultazione, tutte le aspettative (delle istituzioni, delle comunità locali, ma anche dello stesso privato proponente) si potranno commisurare a ciò che, in una data situazione, risulta davvero realizzabile perché "accettato" e, come tale, non è esposto, a posteriori, a conflitti tra livelli di governo, tra amministrazioni, e tra amministrazioni e popolazioni direttamente toccate dalle opere da realizzare. Ultimata la consultazione, infatti, il proponente il progetto potrà insistere sull'idea originaria (consapevole però dei conflitti cui in tal modo si esporrà), oppure conformare il progetto alla versione "accettata", oppure infine desistere, ove le modifiche necessarie per renderlo "accettato" finirebbero per stravolgerlo. È per queste ragioni che avverto la responsabilità di sottoporre all'esame del Consiglio dei ministri, prima dell'estate, la decisione di introdurre nel nostro Paese, senza incidere in modo rilevante sul costo e sui tempi di realizzazione dei progetti, lo strumento del debat public, già da anni utilizzato con successo in Francia (e, su base sperimentale, in alcune regioni d'Italia), attraverso procedure vigilate da un soggetto pubblico indipendente di consultazione delle popolazioni locali e dei portatori di interessi diffusi. Procedure da svolgersi, in tempi certi, nell'ambito del processo decisionale finalizzato alla realizzazione delle grandi opere soggette a Via o degli impianti soggetti ad Aia. Ritengo il dibattito pubblico una priorità assoluta per il Paese, anzi un elemento essenziale di un nuovo patto sociale che raccolga la sfida di tenere insieme ambiente, paesaggio, sviluppo e lavoro, rendendo le comunità locali parti attive dei processi di trasformazione e governo del territorio, nel quadro di un modello che tenda ad essere inclusivo senza per questo rinunciare ad esigere che anche i "no" siano adeguatamente motivati. Sono certo che in parlamento il governo troverà su questo tema attenzione e disponibilità raccogliendo un'indicazione contenuta nel documento elaborato dai saggi insediati dal Presidente Napolitano (che al dibattito pubblico fa espresso riferimento). Ministro dell'Ambiente
Discutiamo con i cittadini i grandi lavori
Il ministro dell'Ambiente sostiene che la crisi del turbo capitalismo e la crisi economica generale hanno aperto la strada a una maggiore consapevolezza dell'importanza dello sviluppo sostenibile. Tuttavia, questo parametri non può essere applicato in modo uniforme in tutto il Paese a causa delle diverse realtà territoriali. Il ministro sostiene che il modello di procedure autorizzative vigente è insufficiente a garantire la realizzazione dei progetti approvati e che è necessario coinvolgere i cittadini e le comunità locali fin dall'inizio per garantire il consenso.
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