Nel suo libro "Biennali souvenir", il critico e studioso napoletano Cesare De Seta rievoca con ironia, passione e spietatezza le tante edizioni seguite. Dalla prima del 1962 a quella del '78 con Rossi alle mostre d'Architettura RICORDI In tempi di Biennale, è divertente, ma può essere anche educativo, leggere i ricordi delle tante a cui ha assistito Cesare De Seta, noto docente e studioso napoletano, assai esperto di Grand Tour, ma anche critico senza troppi peli sulla lingua. Ricorda «lo shock, qualche anno fa, nel visitare una vetrina del prestigio e della modernità, dello sperimentale. Dopo un paio d'ore, giunsi alla conclusione che vi era molta più frode e imbroglio, che serietà, che profondità». Lo afferma in Biennali souvenir (128 pagine, 22 euro, Electa). Sa d'essere caustico; tanto che, alla fine, chiede «venia se qualcuno possa essersi sentito pizzicato; ma sale e pepe sono indispensabili in una pietanza che abbia qualche gusto». INVETTIVE La prima, fu nel 1962: il catalogo ha «nulla a che vedere con quei tomi smodati di oggi»; «i giovani, gli studenti come me, erano davvero pochi: oggi sono legioni». E così, scopre Aalto e Scarpa, Odilon Redon e nomi grandissimi di autori storici. Eletrizzante quella del 1964, e le opere di Robert Raushenberg. Nel 1966, perde l'occasione di vedere dal vivo Giorgio Morandi; e Burri rinuncia a concorrere ai premi, Guttuso non vuole esporre. La contestazione, 1968, è seguita da Capri. Nel 1974, dirige Vittorio Gregotti; «mi chiede di occuparmi d'una mostra sull'architettura italiana ai tempi del fascismo»; riunioni, idee; elenchi e temi; l'indice del catalogo e gli autori dei testi; ma alla fine, nemmeno il nome tra i curatori. Carlo Ripa di Meana, il presidente, se ne scusa; «il catalogo si apre con il mio testo introduttivo», e le interviste filmate a grandi nomi da lui condotte, non si possono vedere più, il «supporto è obsoleto» (presidente Baratta, andrebbero restaurate). Ed è il 1974. Ora non litigano solo gli artisti, ma anche quanti organizzano mostre. Le «Sei stazioni per arte e natura, la natura per l'arte» rivelano «carenze istituzionali»; e «la vicenda di molte Biennali» presenta troppo spesso nomi di riserve e non grandi attori. Spesso errato anche il tema». Ma per fortuna, nel 1978 c'è il Teatro del mondo, di Aldo Rossi, un'esperienza davvero avvincente. POCHI COMPLIMENTI Alla I mostra d'architettura (presidente Giuseppe Galasso «designato dalla Uil»), compiaiono le Corderie; ma i grandi nomi erano «una minestra dove c'è tutto e il contrario di tutto». In quella delle Arti visive (morto Carluccio, di Dell'Acqua), «tribù si scambiavano segnali di guerra» e il risultato è «insignificante, perfino triste»; la Biennale è «messa assieme in fretta e furia, con pezzi avariati». Nel 1982, la II mostra d'architettura (Portoghesi) è «un atto sconveniente di piaggeria verso i petrodollari, spettacolo di colonialismo rovesciato». Nel 1990, sono i cent'anni: il Padiglione Italia «smantellato senza tanti complimenti»; e «il concorso per la Porta di Venezia è lettura imbarazzante per genericità e precarietà delle indicazioni». Quella del 1991, è una «Biennale contro Venezia»; quella del 2000, una «insipiente babele mediatica»; quella del 2002, «diretta da una persona giunta molto in alto senza motivo» (è la Next, di Architettura, di Deyan Sudjic): 90 presenti «si farebbe prima a dire chi non c'era, ecumenismo imbarazzante». 2004 (sempre Architettura), «quanto si vide lo conoscevamo dalle riviste di tutto il mondo». Nel 2008, «l'accrocco di Zaha Hadid» e i Fuksas che obbligano «a fare i voyeur e mettere l'occhio in una fessura dove scorrevano banali immagini del vivere quotidiano», e così via. PREZZI IN RIBASSO All'Architettura del 2010, «i messaggi sono tanti, ma si fatica a riconoscerne un baricentro». E l'ultima Biennale d'arte? Warhol «era apparso nel 1964, ma non ne fui preso», ma tra «i contributi dichiaratamente ostili all'andazzo corrente» ci sono, in catalogo, Marc Fumaroli e Jean Clair. Jeff Koons e Damien Hirst «sono fenomeni della composita produzione dei consumi di massa; ma il tempo, come si dice, è galantuomo», e i loro prezzi subiscono dei cali. E nel 2011, dissolti i confini tra architettura, fotografia ed arti visive, «ciascuno attinge alla stessa tavola». Così, il film The clock di Christian Marclay, Leone d'oro, è pur interessante, «ma perché non ha concorso alla Mostra del Cinema?». Leggere un pamphlet come quello di De Seta è non poco interessante e avvincente; come Agatha Christie nei Dieci piccoli indiani, non salva davvero nessuno. Fabio Isman
Vade retro, Biennale
Il critico e studioso Cesare De Seta, noto per le sue recensioni ironiche e spietate, ha scritto un libro intitolato "Biennali souvenir" in cui rievoca le sue esperienze alle Biennali d'arte e di architettura. De Seta descrive le sue impressioni e le sue critiche alle diverse edizioni delle Biennali, dalle prime del 1962 a quella del 1978. Egli lamenta la mancanza di serietà e profondità nelle mostre, e critica gli organizzatori per la loro incapacità di presentare opere di alta qualità. De Seta anche ricorda alcuni eventi e personaggi importanti della storia delle Biennali, come la mostra d'architettura del 1974 e la presenza di artisti come Giorgio Morandi e Burri.
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