SONO convinto che il recente dibattito fra Comune e Sovrintendenza sull'utilizzo di piazza del Plebiscito sia prezioso. Discutere per coinvolge i cittadini è fondamentale. Ma non è la questione in sé ad attirare la mia attenzione. È piuttosto il fatto che la stessa è l'epifenomeno di una frizione strutturale fra la politica e le logiche di consenso a essa sottese e l'amministrazione e i suoi imperativi sistemici. A far da sfondo a questa dicotomia, il difficile equilibrio fra valorizzazione e tutela nelle politiche culturali. L'elezione diretta ha rafforzato la necessità dei sindaci di realizzare, in tempi brevi, i loro obiettivi, che spesso mal si conciliano con i tempi lunghi dell'Amministrazione e l'agire burocratico. È casuale che da vent'anni i sindaci siano personaggi forti? Da Bassolino a Chiamparino, fino a de Magistris e Renzi, accusato di volere l'uomo solo al comando. È la struttura che determina la coscienza dei politici che o sono leader o lo diventano o muoiono. Il conflitto politica-amministrazione, d'altronde, è espressione di due concezioni della sovranità presenti nel nostro ordinamento. Parafrasando la battuta di de Magistris, per la quale, sul destino di piazza del Plebiscito, dovrebbe decidere il popolo e non i tecnici, potremmo dire che la piazza appartiene al popolo, che la vive nelle forme e nei limiti della Costituzione. Ma il conflitto non è semplicemente fra politici che rappresentano la sovranità popolare e amministrazioni che fungono da contrappesi. Le amministrazioni, spesso, invece di agire in base ai principi affermati nelle leggi, e che sono tecnicamente "allocati imperativamente" dal potere politico, seguono altri comportamenti, determinati anche in modo casuale da quella pletora di circolari e fonti terziarie che affollano le scrivanie dei dirigenti. Da Herbert Simon a Crozier, esiste un'ampia letteratura sull'agire burocraticoche svela come le decisioni pubbliche siano assunte attraverso una contrattazione continua, casuale, fra una pluralità di attori che seguono vari interessi, credenze, magari sbagliando a mettere una firma. E le conseguenze della politica pubblica saranno, probabilmente, l'opposto rispetto a quanto si era pianificato. Da questo punto di vista, sono mal riposte le speranze dei cittadini di rendere lo Stato più efficiente attraverso il presidenzialismo. La soluzione è la riforma dell'amministrazione, non della natura dei poteri dei premier che, oramai da anni, vanno avanti come bulldozer, adottando decreti legge che mancano dei requisiti di necessità e urgenza o ponendo la fiducia a piè sospinto. Il nostro sistema è de facto presidenziale. La verità è che il nostro ordinamento ha stabilito una distinzione fra politica e amministrazione complessa, attraverso il decreto legislativo 291993, il cui limite, oggetto di continue negoziazioni fra i poteri, non può essere dato una volta per sempre. La Sovrintendenza, su piazza Plebiscito, ha normato nel dettaglio un vincolo che era già previsto ope legis. Una scelta che impedisce quella prassi di contrattazione, caso per caso, che c'è stata negli anni; e che in modo pragmatico attutiva i conflitti e permetteva a tutti di cavarsela. Il primato della burocrazia, dunque, è un tema che politici e cittadini sembrano ignorare. Si discute dei costi della casta e dei privilegi dei partiti, mentre si ignorano bellamente i super stipendi dei mega dirigenti, i nomi di un potente mandarinato di giudici del Tar che diventano Capi di Gabinetto; la migliore garanzia che gli impotenti politici devono pagare affinché un loro provvedimento non venga bloccato in qualche ufficio da nulla osta, manifestazioni di scienza e conoscenza, visti, pareri e determine, come si chiamano gli ampollosi atti della Pa. Vengo, infine, al difficile equilibrio fra tutela e valorizzazione nelle politiche culturali. Credo che la valorizzazione non debba coincidere solo ed esclusivamente con la monetizzazione o lo sfruttamento insostenibile e commerciale dei beni culturali e ambientali. Anzi, esiste un valore d'esistenza, slegato dal valore d'uso, che è prioritario proteggere in nome della responsabilità intergenerazionale. Il livello di competenze in beni culturali della nostra amministrazione è fra i più alti del mondo. Ciò non di meno, esiste una tendenza museografica e sclerotizzante presente in parte di questa importante comunità di professionisti che preferisce cristallizzare il nostro paesaggio, piuttosto che innovare. Perché Frank Gehry può costruire i suoi capolavori sul Lungofiume di Praga, Hans Hollein erigere di fronte al Duomo di Santo Stefano a Vienna la sua Haas Haus, e il Ponte di Calatrava a Venezia è una farsa finita in tragedia? Da Bologna a Napoli, i sampietrini sono una continua fonte di stress e polemiche. Anche il Prg di Napoli, di cui sono un sostenitore, stabilisce che in tutti i centri storici della città (si badi bene, non solo nel centro greco-romano!), ogni nuovo palazzo che sorga sulle aree ruderali debba essere "un falso" di stile pseudo-coevo. A via Salvator Rosa, hanno da poco terminato l'ultimo manufatto; non una copia di Cosimo Fanzago, ma un falso che si ispira a quell'edilizia tardo ottocentesca, che bisognerebbe avere il coraggio di definire semplicemente brutta, se paragonata ai fermenti di Otto Wagner, Horta e Mackintosh che, all'epoca, impreziosivano l'Europa. In conclusione, Napoli va protetta ma anche valorizzata. E dovremmo tutti smettere di rimirare misticamente il Cristo velato per osare qualcosa di più in ambito culturale e urbanistico.
NAPOLI - La burocrazia senza innovazione
Il sottoscritto è convinto che il recente dibattito tra Comune e Sovrintendenza sull'utilizzo di piazza del Plebiscito sia prezioso. Il problema non è la questione in sé, ma la frizione strutturale tra politica e logiche di consenso. La politica e l'amministrazione hanno obiettivi diversi, e la loro interazione è caratterizzata da una contrattazione continua e casuale. La soluzione non è la riforma dell'amministrazione, ma piuttosto la valorizzazione delle politiche culturali e urbanistiche. Il sottoscritto sostiene che la valorizzazione non debba coincidere con la monetizzazione o lo sfruttamento dei beni culturali e ambientali, ma piuttosto con la protezione del valore d'esistenza.
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Bene culturale
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