La tela della Carrara dal Giappone a Brera per il restauro contestato. Usava anche pigmenti con tracce di lapislazzulo Il San Sebastiano di RaffaelloIl San Sebastiano di Raffaello «Novità sorprendenti». Fabio Frezzato, storico delle tecniche artistiche ed esperto di diagnostica dei materiali nell'ambito dei Beni culturali, di più non può e non vuole dire, ma bastano due parole per salutare, con grande curiosità, il rientro di uno dei gioielli dell'Accademia Carrara. Bentornato a casa, San Sebastiano. Da giovedì sera, il capolavoro di Raffaello si trova alla Soprintendenza di Brera di ritorno da Tokyo dove, dal 2 marzo al 2 giugno, faceva parte con altri capolavori (tra cui la Madonna del Granduca, ed altre 24 opere mai esposte in Asia), alla mostra «Raffaello», rassegna che il Giappone ha dedicato al genio urbinate, nell'ambito della vasta iniziativa culturale «Italia in Giappone 2013». L'iniziativa era stata richiesta, fin dal 2008, dal National Museum Western Art della capitale giapponese e dal quotidiano «Yomiuri Shimbun», che si sono assunti onori ed oneri dell'iniziativa. Tra questi ultimi, anche i quattromila euro sborsati, grazie ai quali l'Accademia Carrara ha finanziato e commissionato alla «C.S.G Palladio» di Vicenza l'esecuzione di indagini preliminari molto sofisticate, eseguite nel laboratorio della Soprintendenza di Brera e propedeutiche al restauro, che durerà tra i sei e gli otto mesi: un intervento ancora oggi contestato dal grande artista Mario Donizetti. «Si è trattato di una ricerca notevole - puntualizza Frezzato - con analisi non distruttive, a «florescenza x» e con un prelievo di tre micro-campioni di un millimetro l'uno nelle zone periferiche. Su questi abbiamo eseguito delle analisi stratigrafiche, oltre alla schermografia e all'indagine riflettografica». Per circa un mese e mezzo il dipinto - una piccola tela, olio su tavola di 43 centimetri per 34, databile intorno al 1501-1502, realizzata dall'artista di Urbino che all'epoca non era ancora diciottenne e donata dal conte Guglielmo Lochis alla Pinacoteca cittadina nel 1836 - è stato oggetto di un'indagine diagnostica sofisticatissima, condotta oltre che da Frezzato anche dal conservatore dell'Accademia, Giovanni Valagussa, che ha «accompagnato» partenza e arrivo dell'opera nel suo tour nel Paese del Sol Levante. «È molto ben conservata e può viaggiare senza problemi», conclude Frezzato. Ma quali sarebbero le novità sorprendenti? Due le affascinanti, artistiche piste. La prima, legata all'analisi all'infrarosso, parrebbe aver evidenziato tracce dello spolvero utilizzato da Raffaello come base nella fase preparatoria. La seconda, connessa invece ai microstrati e alle analisi con una sonda elettronica, avrebbe svelato le caratteristiche dei pigmenti e dei legati utilizzati da Raffaello, antichi e con tracce di lapislazzulo. Tecnicismi che, se confermati, costituirebbero un bel viatico d'interesse da parte di studiosi e appassionati in previsione della riapertura della Carrara, prevista per il maggio 2014. A proposito, si sarebbe aperta nell'organigramma funzionale del Comune, una «posizione organizzativa» propedeutica alla riapertura dell'Accademia. Incarico per il quale circola il nome di Mauro Baronchelli: oggi funzionario delle politiche giovanili del Comune, fino al 2009 segretario dell'allora assessore alla Cultura Enrico Fusi.
Il San Sebastiano ai raggi x svela i segreti di Raffaello
Il dipinto "San Sebastiano" di Raffaello, donato alla Pinacoteca di Carrara nel 1836, è tornato a Brera dopo un viaggio in Giappone. Il restauro è stato finanziato dall'Accademia Carrara e ha richiesto indagini preliminari sofisticate. L'analisi all'infrarosso ha evidenziato tracce dello spolvero utilizzato da Raffaello, mentre le analisi con una sonda elettronica hanno rivelato le caratteristiche dei pigmenti e dei legati utilizzati dall'artista. Queste scoperte potrebbero essere di grande interesse per gli studiosi e gli appassionati di arte. Il restauro è stato condotto con analisi non distruttive e ha richiesto circa un mese e mezzo.
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