caro direttore, l'interessante dibattito in corso sul problema dell'utilizzo di piazza Plebiscito soffre però della scarsa conoscenza della pertinente documentazione tecnico-giuridica: mi riferisco al testo del decreto di tutela indiretta ai sensi del decreto legislativo 422004, notificato il 15-5-2013 dalla Soprintendenza per i Beni architettonici al Comune di Napoli. Esso è certo improntato alla condivisibile esigenza che non «sia danneggiata la prospettiva e che siano alterate le condizioni di ambiente e di decoro del complesso costituito da piazza del Plebiscito». Pertanto stabilisce in 20 metri la «zona di rispetto integrale» nel tratto corrispondente tra il palazzo della prefettura, Palazzo Salerno e Palazzo Reale, «in quanto sufficienti per una lettura integrale della facciata dello stesso Palazzo Reale». Di rispetto integrale è sancita altresì l'area dell'emiciclo di fronte alla basilica di San Francesco di Paola, che deve essere lasciata libera alla fruizione esclusiva dei pedoni, dei visitatori e quindi degli eventuali spettatori. Nessuno finora ha rilevato che, purtroppo, il predetto decreto, mentre consente di posizionare i tavolini e le sedie nello spazio coperto del colonnato della chiesa di San Francesco di Paola per 300 giorni l'anno, vieta tale possibilità all'esterno del colonnato - invece richiesta dal Comune a distanza di 10 metri dalla scalinata - «tenuto conto della necessità di creare minori interferenze possibili con l'invaso della piazza e i monumenti che si affacciano su di essa» (!). Quest'ultima prescrizione della Soprintendenza è anacronistica e in contrasto con l'obiettivo, da tutti auspicato, del riscatto dall'attuale degrado dell'elegante e scenografico portico neoclassico, realizzato dall'architetto Laperuta nel Decennio francese (18051815), perché viene vietata la possibilità di far vivere piazza Plebiscito- così come avviene in tutte le storiche piazze italiane - anche con la presenza di tavolini e sedie al servizio dei predetti caffè e dello stesso Gambrinus, che ha avanzato da tempo tale richiesta. Ma la decisione della Soprintendenza è viziata da una lacuna della relazione tecnico-scientifica che supporta il decreto. Tale relazione, pur partendo dalla consapevolezza che storicamente piazza Plebiscito (prima Largo di Palazzo) «diventa luogo d'elezione per la collettività, carica di memoria con funzioni commerciali, simboliche celebrative e di potere...», perviene poi alla citata conclusione che contraddice l'assunto. Il motivo si evince dalla scarna bibliografia che correda la relazione: viene citato Gleijeses, che non è uno storico, ed è ignorato il fondamentale studio di Riccardo Lattuada nel Catalogo della importante Mostra "Effimero barocco a Largo di Palazzo (1683-1759)", tenutasi proprio a Palazzo Reale nel 1997. Lattuada fa risalire la modalità dell'impiego in particolare del Largo di Palazzo «come teatro a scala urbana», utilizzando «la potenza dello scenario urbano e naturale di Napoli verso una dimensione totalizzante», agli anni del viceré Gaspar de Haro y Guzman, Marchese del Carpio (16831687). A questo eccentrico viceré, collezionista e mecenate di architetti, pittori, musicisti, si deve la scelta politico-culturale - e poi sociale perché garantiva a Napoli l'ordine sociale - mediante l'organizzazione e l'utilizzazione della festa e dell'effimero barocco per l'aggregazione collettiva. Il viceré, per realizzare i suoi spettacolari programmi, fece venire da Roma, in qualità di Regi Ingegneri, i fratelli Cristoforo e Filippo Schor, di stretta cultura berniniana. La visione di connoisseur d'arte e la grandeur del marchese del Carpio si esprimeva congenialmente nelle forme dell'effimero barocco, ma prima ancora di utilizzarlo quale strumento politico-sociale nel Largo di Palazzo aveva fatto commissionare agli Schor eventi spettacolari come il "Maestoso teatro nel mare" sulla costa di Posillipo: un arco di trionfo di circa 30 metri e una Plaza de toros per una corrida sul mare con serenate e concerti, fuochi d'artificio e la presenza di 23 galere spagnole. Inoltre egli richiamò a Napoli da Roma anche Alessandro Scarlatti, di cui era già stato mecenate, e gli commissionò opere quale il "Trionfo delle stagioni", pubblicamente rappresentata in un anfiteatro costruito sempre dagli Schor nel Largo di Palazzo. Tale linea governativa politico-sociale venne seguita dai successivi viceré spagnoli e continuò con i Borboni. Se si tiene nel dovuto conto il ruolo tradizionale culturale-emblematico, soprattutto sociale, popolare e trainante di questa storica piazza napoletana mi sembra allora appropriato ricordare - come ha fatto Lello Savonardo ( Repubblica 5 giugno) - la riuscita di manifestazioni come la "Notte bianca", l'evento realizzato nel 2005 e nel 2006 - con ampia partecipazione di artisti e di pubblico, e con una notevole ricaduta economica - in cui si sono visti in particolare i giovani che si sono riversati nelle piazze e nelle strade della città. Tuttavia le manifestazioni e gli eventi non possono costituire il quotidiano, ed è quest'ultimo che preme garantire. Cioè la sicurezza e la vivibilità della piazza che non può diventare quella metafisicae desertificata di De Chirico. Va invece rivitalizzata con la presenza sotto il colonnato delle botteghe di artigianato artistico e dei caffè anche all'aperto, che garantirebbero altresì la manutenzione ordinaria di tale straordinario sito urbano. Perciò invitiamo la Soprintendenza, che persegue gli stessi nostri obiettivi, a rivedere il decreto e a non costringere il Comune di Napoli a proporre un ricorso al Tar contro lo stesso. L'autore è presidente di Italia Nostra sezione di Napoli