Le case della moderna Sheikh Abada a ridosso di una collinetta da cui spunta materiale archeologico dell'antica Antinoe: un abitante ne ha spianata una parte con il bulldozer e l'ha delimitata con un muretto per costruirvi in un secondo momento una casa Dopo la caduta di Mubarak, il sito della città fondata dall'imperatore in Egitto è in preda al saccheggio e ai vandalismi: un appello internazionale per salvarla Nelle Memorie che gli attribuisce Margherite Yourcenar, l'imperatore Adriano la chiama «la più cara» tra le città da lui fondate - e pure, aggiunge, «non c'è luogo sulla terra che io desideri meno di rivedere; pochi a cui abbia consacrato maggiori premure». Chissà se la vedesse ora. Quel che resta(va) di Antinoe, o Antinopoli - come anche era chiamata la città voluta dal princeps nel 130 d.C. in memoria del bellissimo giovane da lui amato, «sorta sul luogo della sventura», nel Medio Egitto, laddove Antinoo trovò la morte annegando nel Nilo (disgrazia? omicidio? suicidio?) - è oggi alla mercé di saccheggi e vandalismo che stanno letteralmente facendo piazza pulita di un sito vasto e importante: 5 chilometri quadrati, all'incirca quanto l'area scavata di Pompei, ampie parti della cinta muraria ancora visibili, come pure l'ippodromo (uno dei quattro costruiti dai Romani in Egitto, l'unico sopravvissuto) e le antiche strade fiancheggiate da cumuli di detriti alti fino a una decina di metri, dai quali spuntano basi e capitelli di colonne. Ma dopo la rivoluzione del gennaio 2011 che ha rovesciato Mubarak, sono cominciati i guai. L'allarme è stato lanciato da Rosario Pintaudi dell'Istituto Papirologico Vitelli di Firenze, responsabile della missione internazionale sul sito di Antinoe, a Est del moderno villaggio di Sheikh Abada, che si appella alla comunità internazionale. «Prima la polizia esercitava un controllo ferreo, magari perfino eccessivo», spiega. «Dopo la rivoluzione le forze dell'ordine sono malviste dai locali, perché legate al precedente regime, e si fanno vedere poco. La zona è sotto la giurisdizione della polizia turistica, che però non controlla minimamente l'area archeologica». I risultati di questa situazione sono illustrati con abbondanza di documentazione fotografica in un dossier messo in rete (http:kdstrutt.files.wordpress.com201303antinoupolisdamagemarch2013.pdf) da Jay Heidel, un architetto dell'Oriental Institute di Chicago che lavora con la missione: gran parte dell'ippodromo inghiottita dall'espansione del cimitero moderno, le antiche mura e i cumuli di materiale archeologico spianati con i bulldozer per ricavare nuove tombe, costruire case, impiantare coltivazioni. E poi colonne rovesciate e buchi ovunque, scavi clandestini nella necropoli alla ricerca di papiri, statue, preziose stoffe copte, vetri dipinti: i tesori di una ricca città commerciale che fu tra le più importanti dell'Egitto romano, e che anche in epoca araba rimase sede di un governatorato facente capo a Fustat (Il Cairo). Ci sono perfino foto di ragazzini che si fanno immortalare con le vanghe e i setacci in mano. «Vediamo partire famiglie intere, madri, figli, centinaia di persone: come li fermi?», riflette fatalista Pintaudi. «Abbiamo parlato con l'imam, con gli insegnanti delle scuole. Ma del resto un operaio prende 30 lire egiziane al giorno, circa tre euro e mezzo, per sei ore di lavoro; con un pezzetto di vetro dipinto, il cosiddetto "millefiori", sul mercato nero del Cairo ricava anche 15-20 mila lire. E allora Che si fa? Si va a denunciare alla polizia, creando fratture con la comunità locale? Oppure si lascia perdere, cercando di recuperare il recuperabile». Qualche pezzo più importante di altri Pintaudi è riuscito a ricomprarlo dai tombaroli con poca spesa. In un caso, una testa di Adriano di marmo pario, una delle poche provenienti dall'Egitto, è stato lo stesso proprietario della ruspa a portarglielo senza nulla pretendere: «Con lui abbiamo rapporti di lavoro. Aveva spianato l'area dove un tempo c'era l'Arco trionfale. Fanno così: se dopo qualche giorno non è intervenuta l'autorità, vengono nottetempo e dalla sera alla mattina costruiscono una casa». Nel complesso, il quadro che emerge è quella di una comunità stretta tra il Nilo e il deserto, alla disperata ricerca di spazi per abitare e per nutrirsi. Anche così si possono spiegare i vandalismi, ciò che fa più male a Pintaudi, più degli scavi clandestini che pure producono danni gravissimi al contesto archeologico. «Perché succede? Non so, noi abbiamo ottimi rapporti con la gente del villaggio, non siamo sentiti come estranei. Ma forse senza volere abbiamo pestato i piedi a qualcuno, forse è una forma di rivalsa verso la missione perché impedisce lo sfruttamento agricolo della zona». Una situazione drammatica, che dovrebbe coinvolgere in particolare noi italiani non soltanto perché Antinoe è stata fondata da un imperatore romano, sia pure di origine iberica, ma anche perché al sito lavorano dal 1935 missioni del nostro Paese - dopo che a fine '800, in capo a un secolo di devastazioni di ogni genere, vi erano passati i francesi, con Albert Gayet, e prima della Grande guerra gli inglesi alla ricerca di papiri. Eppure, tra una crisi economica e una politica, da Roma nessuno si è fatto sentire. Le stesse autorità egiziane non sembravano troppo interessate, e si capisce, perché i lasciti romani sono sentiti come estranei al patrimonio locale (tanto è vero che si sono mosse soltanto quando hanno saputo che era minacciato anche un tempio costruito in zona da Ramesse II), e del resto un turista che si avventura sulle sponde del Nilo cerca le vestigia dei faraoni più che quelle dei dominatori successivi. Adesso però qualche cosa si sta muovendo. L'appello per Antinoe ha fatto il giro degli archeologi di tutto il mondo (in Italia l'ha rilanciato l'egittologo Francesco Tiradritti sul Giornale dell'arte), è stato ripreso sul proprio profilo Facebook dalla pakistana Salima Ikram, docente di Egittologia all'Università Americana del Cairo, e quindi dai media egiziani che hanno messo pressione al governo. Intanto il dossier di Heidel era stato presentato al ministro delle Antichità Mohamed Ibrahim, e i primi risultati si sono visti: i guardiani sono aumentati in modo considerevole, e secondo l'avveduto suggerimento dello stesso ministro sono stati scelti in modo tale che ogni famiglia avesse un parente coinvolto della tutela, così da creare una rete virtuosa di controllo reciproco. «Vediamo. Speriamo», sospira Pintaudi. Perché delle memorie di Adriano non restino solo le macerie.
EGITTO- Antinoe, dove c'erano le Memorie restano solo le macerie di Adriano
Riassunto in 200 parole:
La città di Antinoe, fondata dall'imperatore romano Adriano nel 130 d.C., è stata devastata dai saccheggi e dai vandalismi dopo la rivoluzione del gennaio 2011 che ha rovesciato il presidente Mubarak. Il sito archeologico, che copre 5 chilometri quadrati, è stato letteralmente "pulito" di materiale archeologico con bulldozer e scavi clandestini. Le antiche mura, l'ippodromo e le strade sono state spianate per costruire case e coltivazioni. I guardiani della polizia turistica non controllano minimamente l'area archeologica, e le forze dell'ordine sono malviste dai locali.
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